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giovedì 9 giugno 2022

Le otto montagne - Paolo Cognetti



Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand’ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sì, parla proprio di questo.

Sulle cime delle montagne a volte si trovano dei taccuini consumati dalla pioggia e dal sole chiamati quaderni di vetta" su cui i viaggiatori lasciano traccia del loro passaggio: messaggi per chi ancora non è arrivato, nomi, date, sentieri percorsi, tempo impiegato, disegni e preghiere personali che formano una sorta di diario collettivo. Le otto montagne racconta delle tracce che ci lasciamo dietro e dell’eredità umana che affidiamo alle persone che abbiamo conosciuto.

È la storia di un’amicizia che nasce nell'estate del 1984 tra Pietro, un ragazzo di città che va a trascorrere le vacanze in un piccolo villaggio alpino ai piedi del Monte Rosa insieme ai suoi genitori, e Bruno suo coetaneo che invece in montagna ci abita da sempre e non conosce realtà all’infuori di quella. Per Pietro, cresciuto con i libri di Stevenson e London, la montagna è il luogo dell’avventura e della scoperta. Mentre trascorre le giornate con il suo amico montanaro rivede in lui uno spirito simile a quello dei personaggi conosciuti tra le pagine dei suoi libri preferiti, un’integrità e una purezza che non aveva mai incontrato altrove. Per Bruno, invece, la montagna è lo scenario di una vita scandita dal duro lavoro del pascolo e dai ritmi dettati dalla natura, è il mondo a cui appartiene e che in qualche modo custodisce svelandone a Pietro il linguaggio segreto.
Pietro va e viene, Bruno invece è quello che resta. Sono due modi molto diversi di vivere un luogo che però li accomuna, li unisce. La loro amicizia nasce e si consolida nel corso delle estati della loro infanzia quando Pietro inizia a camminare per i boschi con suo padre (“la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”), un uomo ombroso sempre un po’ a corto di parole.
Tra esplorazioni di baite abbandonate, vecchi ruderi, torrenti e sentieri impervi, coltivano un sentimento che travalicherà i decenni attraversando le stagioni diverse della loro vita.

Mattone dopo mattone, costruiscono un legame senza tempo fatto di partenze, ritorni, confidenze sussurrate e lunghe assenze.

Potrebbe sembrare un romanzo sulla nostalgia dell’infanzia perduta e non manca di certo quel genere di toni: per Pietro adulto la montagna diventerà un posto a cui fare ritorno per fare visita a ciò che si è stati e per ritrovare le proprie radici. Ma rifugiarsi nei ricordi è solo una tappa del percorso del protagonista. Crescendo (non senza fatica) la vita gli darà modo di fare i conti con quel passato,  decifrarlo e farci pace per andare avanti e proseguire il lungo viaggio alla ricerca di sé, con una parte di sentiero percorso alle spalle e una parte ancora tutta da scoprire davanti agli occhi.
E con accanto, sempre, un amico.
A dicembre 2022 uscirà il film interpretato da Alessandro Borghi e Luca Marinelli 





Quando ho cominciato a leggere questo libro ho provato uno strano senso di familiarità che paradossalmente più che aiutarmi a entrare nella storia mi ha portata a restare sulla soglia per un po'. La familiarità di cui parlo non aveva nulla a che fare con i luoghi o i personaggi raccontati. Non direttamente, almeno. Era una sensazione simile a quando arrivi in un posto per la prima volta ma ti sembra di esserci già stato, anche se sai che non è così. Come se ogni pagina mi ricordasse, tra le righe, tu sei già stata qui. Avete presente quando avete qualcosa sulla punta della lingua e la vostra mente è troppo concentrata a recuperare quell'informazione per proseguire il discorso? Ecco, ero troppo presa dal domandarmi da dove provenisse quella sensazione per riuscire a godermi davvero la storia. Nel frattempo proseguivo, ma più come osservatrice esterna, sperando di racimolare qualche indizio in più per capire l'origine di quell'affinità immediata. 
Era un po' come provare a razionalizzare un colpo di fulmine. Arrivata a un certo punto ho quasi smesso di pensarci ed è stato lì che mi sono resa conto che la scrittura di Cognetti era talmente limpida e trasparente da riuscire a vedere attraverso le pagine del suo libro le pagine di altri libri. Nella sua scrittura risuonano le sue letture, le parole care ai suoi scrittori preferiti, le storie a cui è affezionato, storie a cui anche io sono legata, per questo mi sembrava di esserci già stata. 

Cognetti riesce a mio parere a inserirsi con umiltà e coraggio in un sentiero già percorso da altri autori imprimendo la sua personalissima impronta. Delle sue ispirazioni non fa mai mistero e, anzi, non perde occasione per parlarne e condividerle. D'altronde le storie - di qualsiasi natura esse siano - generano storie.

Seguire le orme degli scrittori che lo hanno ispirato (nelle scelte di vita oltre che nella scrittura) è stato anche motivo di un viaggio dalle Alpi all'Alaska, attraverso i luoghi di Hemingway, Carver, London, Thoreau, Melville e le terre selvagge di Chris McCandless. 



     

L'esperienza vissuta insieme all'amico Nicola Magrin (autore, tra le altre cose, della copertina del suo romanzo, delle copertine dei libri di Primo Levi e di quella del Richiamo della Foresta) è raccontata nel documentario Sogni di Grande Nord (2020).

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