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domenica 17 luglio 2022

La leggenda del re pescatore - Terry Gilliam


La leggenda del re pescatore è un film del 1991 diretto da Terry Gilliam e scritto da Richard LaGravenese.

È la storia di Jack Lucas (Jeff Bridges), un conduttore radiofonico di successo che un giorno, sull’onda del suo sarcasmo spietato, spinge un ascoltatore che prende alla lettera le sue parole a commettere una strage in un ristorante di Manhattan. Venuto a sapere della tragedia, Jack precipita, giorno dopo giorno, in uno stato di depressione. Il suo senso di onnipotenza (all’inizio lo vediamo ballare The Power degli Snap! nel suo lussuoso appartamento) cede il posto alla convinzione di non valere più nulla per essere stato indirettamente responsabile della morte di persone innocenti.

La sua carriera è finita e, persa tutta la fiducia in se stesso, non riesce neppure a ricambiare i sentimenti della donna che gli sta accanto. Una notte, ossessionato dal senso di colpa e stordito dall’alcol, prova a farla finita ma quando sta per gettarsi nel fiume viene aggredito da due ragazzi che lo scambiano per un barbone. Proprio mentre stanno per dargli fuoco entra in scena Parry (Robin Williams), uno strambo senzatetto convinto di essere un cavaliere errante alla ricerca del Santo Graal che insieme alla sua banda di vagabondi porta Jack in salvo.

Anche Parry, come Jack, cerca di sfuggire al dolore, è tormentato dalle visioni di un terrificante Cavaliere Rosso che lo insegue ogni volta che ricorda la sua vita precedente. In fuga dai ricordi di un passato traumatico, si è costruito nella sua mente una New York incantata, popolata da gnomi, cavalieri e principesse. Convinto che Jack sia l’eletto, colui che lo aiuterà a conquistare il Santo Graal, lo trascina nella sua strampalata missione. All’inizio Jack è riluttante ma quando scopre di essere in parte responsabile della follia di Parry e della sua misera condizione decide di aiutarlo nella speranza di riscattarsi.


Sono moltissimi i temi toccati da questo film: l’amicizia, l’amore, la compassione, il trauma, l’accettazione del dolore, il perdono verso se stessi, l’alienazione dell’individuo in una realtà cupa e pietrificante, la solitudine di quella “gente invisibile” delle strade di New York (e del mondo intero) di cui racconta anche Will Eisner. Temi che comunicano tra loro attraverso una varietà di generi e registri (umorismo, dramma, grottesco, avventura, romanticismo).

Tra tutti, però, c'è un tema che mi sta particolarmente a cuore: 
il potere dell'immaginazione nella vita dell'uomo*.

(*Mi sembra un filo conduttore non solo di questo film ma in generale del cinema di Gilliam e della scrittura di LaGravenese. Si tratta del primo film diretto da Gilliam basato su una sceneggiatura non sua. Di lì a poco LaGravenese avrebbe scritto I ponti di Madison County di Clint Eastwood, L’uomo che sussurrava ai cavalli di Robert Redford, La piccola principessa di Alfonso Cuarón, tutti film in cui il tema si declina in varie forme mantenendo la sua centralità).

Il personaggio di Parry è un uomo segnato dal trauma della perdita. La sua mente per sfuggire alla sofferenza e al caos si rifugia in un mondo immaginario in cui c’è ancora spazio per grandi gesti, valori e sentimenti autentici, un luogo in cui è ancora possibile cercare un senso. Si tratta di una fuga dunque, un modo per esorcizzare e alleviare un dolore insopportabile altrimenti. Le sue visioni diventano la sua armatura per proteggersi dalla violenza e dalla brutalità di una realtà deludente, cupa e spietata.
La fantasia però non è solo un meccanismo di difesa o uno spazio sicuro in cui scappare quando la realtà così com’è è troppo dura da affrontare. Il bello di questo film è che non si limita a dare una sola versione dei fatti, ne mostra tutte le umane contraddizioni. L’immaginazione è un’arma a doppio taglio, miete le sue vittime quando taglia del tutto i ponti con l’esterno. Quando pretende di sostituire la vita può diventare follia, illusione, una trappola che imprigiona e isola l’individuo e che rende poi ancora più frustrante lo scontro con la realtà. Questa deriva è mostrata in tutti i suoi drammatici risvolti.

Eppure non è questa la prospettiva più tragica, sembra suggerire il film. Ben più spaventosa è una vita dominata dal cinismo, dalla rassegnazione, dall’indifferenza e dall’assenza di fiducia ed empatia (“In questa città nessuno guarda mai in alto”, dice Jeff Bridges in una scena del film). Non c’è peggior condanna per l’uomo di una vita priva di immaginazione.

Quando non chiude ogni canale di comunicazione con la realtà, l’immaginazione diventa la più preziosa e potente delle facoltà umane. È apertura, slancio, romanticismo, un antidoto contro l’aridità dello sguardo e dei sentimenti, una forza vitale e creativa che ci permette di entrare in connessione con gli altri, di trovare lo straordinario nell’ordinario, di vedere bellezza anche laddove sembrerebbe non essercene:
A volte si trovano cose bellissime nella spazzatura"

Lo sguardo amorevole di Parry è travolgente, contagioso, irradia una luce nuova sul mondo che lo circonda, una luce più calda e accogliente. Il frenetico viavai della Gran Central Station nell’orario di punta, al passaggio della donna di cui è innamorato che cammina tra la folla, si trasforma agli occhi sognanti di Parry in una danza, un carosello incantato in cui sconosciuti ballano in armonia l’uno con l’altro, come se non ci fosse niente di più naturale.

Questo momento di pace e di meraviglia dura solo pochi istanti scanditi dalle lancette dell’orologio. Non appena la donna scompare il valzer si scioglie, la musica svanisce e la folla torna a urtarsi con indifferenza mentre lo sguardo rapito di Parry (con quel misto di dolcezza e malinconia che porta il nome di Robin Williams) saluta quell’attimo fuggente.











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