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martedì 16 gennaio 2024

L'arte del monotasking - Thatcher Wine

Thatcher Wine è il fondatore della Juniper Books, una società specializzata in interior design, in particolare in librerie personalizzate e  libri in edizione speciale. 
Fun fact: è soprannominato “celebrity bibliophile" perché ha progettato la libreria di molte celebrità. 

La libreria di Gwyneth Paltrow curata dalla Juniper Books












L'idea parte dalla convinzione che i libri siano oggetti belli e che il loro aspetto abbia del potenziale artistico. I nostri scaffali ci raccontano: The Books We Keep, The Stories We Tell è il titolo di un TEDx di Thatcher Wine di qualche anno fa.
Dicono così tanto di noi che Roberto Calasso racconta di aver ricoperto i suoi libri con una carta velina chiamata pergamino" per proteggere le copertine dall'invecchiamento ma soprattutto per rendere più complicato per i suoi occasionali visitatori leggerne i titoli, frenando così ogni eccesso di intimità". 

Impedisce quella imbarazzante situazione in cui, entrando in una stanza, si riconosce rapidamente, anche solo dal colore e dalla grafica dei dorsi, di che cosa è fatto il paesaggio mentale del padrone di casa (da Come ordinare una biblioteca").

La nostra libreria ci racconta non solo in base ai libri che abbiamo ma anche per il modo in cui li disponiamo. I criteri possono essere infiniti: alcuni più logici (come l'ordine alfabetico, l'ordine di lettura, il genere o la provenienza geografica dell'autore); altri più estetici (come l'edizione, l'altezza, il colore o lo spessore delle copertine); altri ancora più creativi e personali (accostamenti basati su affinità e parentele che magari potrebbero apparire del tutto casuali a uno sguardo esterno, un'alchimia segreta invisibile agli occhi degli altri, ma perfettamente chiara nella nostra mente).
Persino il caos è un criterio e può raccontare qualcosa. Che siamo disordinati, d'accordo. Ma solo questo? Il Community Bookstore, la famosa libreria di Brooklyn diventata un caso mediatico dopo la sua chiusura definitiva nel 2016, del disordine ha fatto il proprio marchio di fabbrica per molti anni, a tal punto da vincere il primato di libreria più disordinata al mondo". I suoi clienti più affezionati erano in lacrime alla notizia della sua chiusura, perché in quel labirinto di libri in equilibrio precario riuscivano in qualche modo a ritrovarsi.
Il Community Bookstore di Cobble Hill a Brooklyn

I libri che possediamo formano un habitat capace di rispecchiare il nostro paesaggio mentale. Non è un habitat definitivo ma sempre in trasformazione, è terreno vulcanico dove sempre qualcosa sta succedendo.
Ma veniamo all'Arte del Monotasking e a cosa c'entra con tutto questo. Nel saggio Thatcher Wine intreccia la sua storia personale a suggerimenti motivazionali su come dedicarsi ad attività quotidiane ad esempio dormire, mangiare, camminare, pensare, giocare, ascoltare, vedere. E leggere, naturalmente. 
Chi è che ha bisogno di consigli per svolgere queste attività elementari? Nessuno, siamo d'accordo. Allora perché questo libro è finito nella classifica dei libri più venduti al mondo?
Forse perché è una sensazione diffusa quella di non riuscire (o avere una certa difficoltà) a fare una sola cosa per volta. Siamo abituati a svolgere più attività contemporaneamente, in senso fisico e mentale. Il multitasking ci dà l'impressione di essere più produttivi ed efficienti, di risparmiare" tempo diluendo la nostra attenzione in tante attività provvisorie. E non c'è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo. Il punto - ed è un punto che mi sta molto a cuore - è la libertà di scelta. Questo saggio invita ad accertarsi che siamo effettivamente noi a scegliere il multitasking e non il multitasking a imporsi su di noi perché la volubilità della nostra soglia dell'attenzione non ci permette di fare altrimenti.
Capita anche a voi di sentirvi irrequieti o impazienti nel fare solo una cosa per volta? Come se dedicarsi a un'unica attività significasse non fare abbastanza, come se il peso della rinuncia contasse di più del valore della scelta. A volte l'irrequietezza deriva dal senso di colpa, perché abbiamo la sensazione di non investire" le nostre energie e il nostro tempo nei nostri impegni primari. Ma molto più spesso accade semplicemente perché non siamo più abituati a dedicare tempo e attenzione a una sola attività. Magari iniziamo a leggere un libro e dopo tre o quattro pagine (anche se ci sta piacendo) lo interrompiamo, lo mettiamo via per un po' e nel frattempo ci dedichiamo ad altro. Non perché ci sia davvero il bisogno urgente di fare quell'altra cosa in quel momento ma perché per la nostra mente quei dieci minuti di lettura erano già diventati troppi. O magari iniziamo a vedere un film e lo mettiamo in pausa varie volte prima di trovare pace e vederlo fino alla fine. Questo al cinema capita più raramente perché la sala ci costringe" - ci invita, direi - a incanalare la nostra attenzione fin da subito in quello che stiamo facendo in quel preciso momento. Chiaramente sta anche al film fare la sua parte per (in)trattenerla, è un rapporto reciproco non unidirezionale. D'altronde abbiamo fatto della strada per andare a vederlo. Vedere il film è il motivo per cui siamo usciti di casa. Ci si può distrarre anche al cinema, è chiaro, essendoci con il corpo ma non con la mente o con la mente ma non con il cuore. Ma la sala e quella forma di raccoglimento collettivo ci rendono forse meno vulnerabili alle distrazioni estemporanee. Replicare questa condizione di raccoglimento e disponibilità a casa è in parte possibile, ma richiede una certa dose di autocontrollo. 
Che lo si chiami monotasking o consapevolezza o essere presenti in quello che si fa, il punto è riuscire a godersi le cose per quello che sono nel qui e ora, senza necessariamente vedervi uno scopo o un minutaggio prestabilito e senza caricare ogni nostra azione quotidiana di preoccupazioni o aspettative. Ad esempio camminare per camminare prendendosi tutto il tempo necessario (con tempo non si intende solo quello scandito dalle lancette dell'orologio ma anche e soprattutto quello interiore, essendoci insomma. Il focus non è sulla quantità di tempo ma sulla qualità); mangiare e godersi il pasto; ascoltare quello che le altre persone hanno da dirci senza già pensare alla risposta; vedere non solo con gli occhi ma anche con il cuore. 
Il monotasking è una forma di meditazione dinamica capace di restituire intensità anche alle più banali azioni quotidiane. Non è propriamente un elogio della vita lenta", anche se ne condivide molti valori. E non è nemmeno un'apologia della noia del tipo si-stava-meglio-quando-potevamo-annoiarci-e-passare-le-ore-a-fissare-le-crepe-sul-muro. La noia non piace a nessuno ed è naturale cercare di porvi rimedio il prima possibile e gli stimoli dell'intrattenimento giungono in soccorso. Il punto è non lasciare che quegli stimoli restino dei fuochi fatui. La sfida è provare ad alimentare la fiamma e fare in modo che quello che facciamo ci coinvolga davvero e possibilmente ci rappresenti, racconti di noi, come gli scaffali della nostra libreria. Essere disponibili nei confronti delle cose e delle persone che ci circondano, vivere profondamente e succhiare tutto il midollo, direbbe Thoreau.

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