La locanda è un luogo di passaggio, un rifugio temporaneo dove i viandanti possono sostare prima di rimettersi in cammino. È un posto che accoglie viaggiatori in cerca di ristoro, cibo caldo e compagnia e dove persone tra loro sconosciute si ritrovano a condividere tempo e spazio. Dagli incontri, dalle relazioni e dalle esperienze condivise nascono le storie. Dopotutto non sono le storie dei luoghi di ritrovo?
Texas, inizio anni Cinquanta. Thalia è una cittadina fantasma ai confini del deserto talmente piccola che “non puoi starnutire senza che qualcuno ti offra un fazzoletto". C'è una sola strada ed è ricoperta dalla sabbia portata da un vento freddo e incessante ribattezzato dai locali “Malinconia del nord, perché era davvero dura non intristirsi quando soffiava". Mucchi di cespugli rinsecchiti attraversano di tanto in tanto la carreggiata spinti dalle raffiche. L'unico movimento percepibile è quello delle luci lampeggianti del semaforo predisposto a regolare un traffico inesistente. Ma basta fissarle per qualche minuto per rendersi conto che quella ripetitiva alternanza di colori, in fondo, non è che un movimento apparente.
Non c'è niente da fare a Thalia se non immaginare di lasciarsela alle spalle un giorno e dirigersi altrove. Le vite dei suoi pochi abitanti scorrono lente tra partite di football poco entusiasmanti, una sala da biliardo polverosa con i muri scrostati, un caffè aperto tutta la notte e un cinema dismesso con una sala fatiscente che sta per chiudere i battenti.
“The Last Picture Show" (1971) di Peter Bogdanovich.
Non accade nulla di memorabile in un posto come Thalia, una città mai neppure sfiorata dal sogno americano. C'è chi prova a diventare grande, senza una direzione o ambizioni particolari, e chi combatte l'avanzata inesorabile del tempo che consuma la città e le persone che la abitano.
Gli adulti convivono con la frustrazione dei sogni irrealizzati in balìa di malinconie e rimpianti per un passato che non può più tornare e che, forse, non è nemmeno mai esistito. Molti di loro sono rassegnati a una vita piatta e insoddisfacente, frutto di scelte ormai irrimediabili; c'è però chi in quei ricordi lontani ritrova una dolcezza ancora capace di infondere speranza e chi, stanco di autocommiserarsi, prova nel suo piccolo a darsi una seconda possibilità cercando qualcosa che riesca ad alleviare la solitudine. Qualcuno che possa farlo sentire compreso.
I giovani vivono il presente assecondando gli istinti del momento e trascorrono le loro giornate lasciandosi trascinare passivamente dall'inerzia in piccoli atti di ribellione e struggimenti senza convinzione per combattere la monotonia. Le loro bravate si rivelano deludenti, le loro trasgressioni non hanno nulla di rivoluzionario e finiscono solo per riempire il vuoto con altro vuoto. I diversivi che si danno per sopravvivere alla noia quotidiana, come le luci del semaforo, non sono altro che minime variazioni di un movimento illusorio sempre identico a se stesso e che torna ciclicamente al punto di partenza.
L'America dei pionieri è finita, la guerra di Corea incombe e Thalia è una città morente simbolo di un mondo al tramonto e di un'epoca che sta per essere spazzata via insieme alla giovinezza di tre ragazzi prossimi al diploma.
Il cinema, un tempo luogo di ritrovo di vecchie e nuove generazioni, proietta il suo ultimo spettacolo prima di abbassare per sempre la saracinesca mentre fuori soffia il vento che trascina via i detriti.
La leggenda del re pescatore è un film del 1991 diretto da
Terry Gilliam e scritto da Richard LaGravenese.
È la storia di Jack Lucas (Jeff Bridges), un conduttore
radiofonico di successo che un giorno, sull’onda del suo sarcasmo spietato, spinge un ascoltatore che prende alla lettera le
sue parole a commettere una strage in un ristorante di Manhattan. Venuto a sapere della tragedia, Jack precipita, giorno dopo
giorno, in uno stato di depressione. Il suo senso di onnipotenza (all’inizio lo
vediamo ballare The Power degli Snap! nel suo lussuoso appartamento) cede il
posto alla convinzione di non valere più nulla per essere stato indirettamente
responsabile della morte di persone innocenti.
La sua carriera è finita e, persa tutta la fiducia in se
stesso, non riesce neppure a ricambiare i sentimenti della donna che gli sta
accanto. Una notte, ossessionato dal senso di colpa e stordito dall’alcol,
prova a farla finita ma quando sta per gettarsi nel fiume viene aggredito da
due ragazzi che lo scambiano per un barbone. Proprio mentre stanno per dargli
fuoco entra in scena Parry (Robin Williams), uno strambo senzatetto convinto di
essere un cavaliere errante alla ricerca del Santo Graal che insieme alla sua
banda di vagabondi porta Jack in salvo.
Anche Parry, come Jack, cerca di sfuggire al dolore, è
tormentato dalle visioni di un terrificante Cavaliere Rosso che lo insegue ogni
volta che ricorda la sua vita precedente. In
fuga dai ricordi di un passato traumatico, si è costruito nella sua mente una
New York incantata, popolata da gnomi, cavalieri e principesse. Convinto che
Jack sia l’eletto, colui che lo aiuterà a conquistare il Santo Graal, lo
trascina nella sua strampalata missione. All’inizio Jack è riluttante ma quando
scopre di essere in parte responsabile della follia di Parry e della sua misera
condizione decide di aiutarlo nella speranza di riscattarsi.
Sono moltissimi i temi toccati da
questo film: l’amicizia, l’amore, la compassione, il trauma, l’accettazione del
dolore, il perdono verso se stessi, l’alienazione dell’individuo in una realtà
cupa e pietrificante, la solitudine di quella “gente invisibile” delle strade
di New York (e del mondo intero) di cui racconta anche Will Eisner. Temi che comunicano tra loro attraverso una varietà di generi e registri (umorismo, dramma, grottesco, avventura, romanticismo).
Tra tutti, però, c'è un tema che mi sta particolarmente a cuore: il potere dell'immaginazione nella vita dell'uomo*.
(*Mi
sembra un filo conduttore non solo di questo film ma in generale del cinema di
Gilliam e della scrittura di LaGravenese. Si tratta del primo film diretto da
Gilliam basato su una sceneggiatura non sua. Di lì a poco LaGravenese avrebbe
scritto I ponti di Madison County di Clint Eastwood, L’uomo che sussurrava ai
cavalli di Robert Redford, La piccola principessa di Alfonso Cuarón, tutti film
in cui il tema si declina in varie forme mantenendo la sua centralità).
Il personaggio di Parry è un uomo
segnato dal trauma della perdita. La sua mente per sfuggire alla sofferenza e
al caos si rifugia in un mondo immaginario in cui c’è ancora spazio per grandi
gesti, valori e sentimenti autentici, un luogo in cui è ancora possibile
cercare un senso. Si tratta di una fuga dunque, un modo per esorcizzare e
alleviare un dolore insopportabile altrimenti. Le sue visioni diventano la sua
armatura per proteggersi dalla violenza e dalla brutalità di una realtà
deludente, cupa e spietata. La fantasia però non è solo un
meccanismo di difesa o uno spazio sicuro in cui scappare quando la realtà così
com’è è troppo dura da affrontare. Il bello di questo film è che non si limita
a dare una sola versione dei fatti, ne mostra tutte le umane contraddizioni.
L’immaginazione è un’arma a doppio taglio, miete le sue vittime quando taglia
del tutto i ponti con l’esterno. Quando
pretende di sostituire la vita può diventare follia, illusione, una trappola
che imprigiona e isola l’individuo e che rende poi ancora più frustrante lo
scontro con la realtà. Questa deriva è mostrata in tutti i suoi drammatici
risvolti.
Eppure non è questa la
prospettiva più tragica, sembra suggerire il film. Ben più spaventosa è una
vita dominata dal cinismo, dalla rassegnazione, dall’indifferenza e
dall’assenza di fiducia ed empatia (“In questa città nessuno guarda mai
in alto”, dice Jeff Bridges in una scena del film). Non c’è peggior condanna per
l’uomo di una vita priva di immaginazione.
Quando non chiude ogni canale di
comunicazione con la realtà, l’immaginazione diventa la più preziosa e potente
delle facoltà umane. È apertura, slancio, romanticismo, un antidoto contro
l’aridità dello sguardo e dei sentimenti, una forza vitale e creativa che ci
permette di entrare in connessione con gli altri, di trovare lo straordinario
nell’ordinario, di vedere bellezza anche laddove sembrerebbe non essercene:
“A volte si trovano cose bellissime nella spazzatura"
Lo sguardo amorevole di Parry è
travolgente, contagioso, irradia una luce nuova sul mondo che lo circonda, una
luce più calda e accogliente. Il frenetico viavai della Gran Central Station
nell’orario di punta, al passaggio della donna di cui è innamorato che cammina
tra la folla, si trasforma agli occhi sognanti di Parry in una danza, un
carosello incantato in cui sconosciuti ballano in armonia l’uno con l’altro,
come se non ci fosse niente di più naturale.
Questo momento di pace e di
meraviglia dura solo pochi istanti scanditi dalle lancette dell’orologio. Non
appena la donna scompare il valzer si scioglie, la musica svanisce e la folla
torna a urtarsi con indifferenza mentre lo sguardo rapito di Parry (con quel
misto di dolcezza e malinconia che porta il nome di Robin Williams) saluta
quell’attimo fuggente.