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venerdì 7 luglio 2023

Ohio - Stephen Markley


New Canaan è un paesino immaginario dell'Ohio dove in una calda notte d'estate si rincontrano quattro ex compagni di liceo. Non è un raduno né un'allegra rimpatriata. 

Apparentemente non sembrerebbero esserci motivi validi per tornare: entrando a New Canaan non c'è nessun cartello di benvenuto ad accoglierti, è la tipica cittadina della Rust Belt con le insegne arrugginite di vecchie attività fallite, fabbriche abbandonate, diner deserti, lattine di birra accartocciate che attraversano la strada trascinate dal vento, cocci e detriti accatastati ai margini delle strade e binari su cui non passano più treni. Uno scenario di desolazione e di decadenza, disarmante e spettrale. New Canaan è una realtà che quasi si crogiola nel suo degrado ed è talmente inquinata da non avere più spazio per una rinascita. 


New Canaan gli ricordava una rivista quando la butti nel fuoco e le pagine si anneriscono un attimo prima di essere vinte dalle fiamme.

 

Nient'altro che un mucchio di macerie dove trovano rifugio solo i fantasmi e i rimpianti di una generazione di giovani ragazzi prematuramente privati della loro innocenza a causa del contesto brutale in cui sono vissuti. Ognuno di loro credeva, in una certa misura, di poter conquistare il mondo e così non è stato. Ciò che resta è la memoria di quando tutto sembrava possibile.

Cos'è allora che spinge i quattro protagonisti a tornare? Difficile dirlo con precisione, non c'è una ragione valida per tutti. 
C'è chi ritorna inseguito dalle sue allucinazioni, chi perseguitato dai rimorsi, chi da reduce di guerra, chi in cerca di vendetta. Ma questi a guardarli bene sono i motivi, non le motivazioni. Ognuno di loro sembra predestinato al compimento di una missione il cui scopo è oscuro a tutti. E poi c'è il famoso «Omicidio Che Non C’è Mai Stato», una sorta di leggenda liceale secondo cui qualcuno forse era scomparso o era morto per sbaglio, o forse aveva inscenato la propria morte e viveva ormai lontano dalla città.

C'è un filo invisibile che li tiene legati a New Canaan, una forza che li trascina indietro ogni volta che provano ad andare avanti. 





Per certi versi Ohio è una storia di fantasmi dove i fantasmi non sono quelle creature spettrali vestite con il lenzuolo bianco ma sono i conti in sospeso con un passato irrisolto che tormentano le vite dei protagonisti impedendo loro di vivere il presente.

Nella fatidica notte del ritorno si crea una collisione: tutto quello che nel frattempo sono stati altrove si confronta con quello che erano prima di abbandonare la cittadina.
Andare via, lontano, per molti anni è stato il loro modo per illudersi di essersi lasciati alle spalle il passato, di aver chiuso i conti con la vita da cui sono fuggiti dopo il diploma. Lontano dagli occhi lontano dal cuore. O almeno così speravano. Quel passato però è ancora lì, immobile, ad aspettarli. Anzi n
on li ha mai lasciati davvero, era solo in stand-by, pronto a risvegliarsi non appena sfiorato. Dopotutto le braci spesso rimbalzano più in là e provocano incendi in altre foreste. 

Tutti hanno qualcosa da risolvere. C'è un segreto – più di uno in realtà – che ha segnato le vite di tutti e si è espanso come una macchia di umidità nelle loro anime. 
C'è Bill, un alcolista licenziato per le sue idee politiche che corre in aiuto dell'unica ragazza che abbia mai amato.
Stacey a cui tocca rivivere tutto ciò che ha significato crescere da omosessuale in una famiglia bigotta e in un luogo chiuso e duro come New Canaan dove i suoi abitanti si mettono in testa lo stesso genere di idee crudeli che gli propinano da quando sono nati e le inglobano nella loro visione del mondo perché è l'unico contesto che capiscono
Poi c'è Dan, veterano reduce dall'Iraq ferito nel corpo e nello spirito, così segnato dalla guerra da non riuscire a riadattarsi alla vita o a immaginarsi in nessun'altra situazione se non in missione. Dopo essere riuscito a sviluppare un senso di casa anche lì, tra le bombe che piovono dal cielo o che covano nascoste sotto i passi incerti dei soldati, non riesce più a ritrovarlo altrove.
E infine Tina che torna ad affrontare un passato traumatico segnato dagli abusi subiti per provare a ricucire delle ferite insanabili.

Le esperienze corrosive che i quattro protagonisti hanno vissuto hanno lasciato degli strascichi nelle loro vite. Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari, ha detto Čechov. Quindi se in una storia spunta una pistola, prima o poi – non importa quando di preciso – sai che farà fuoco. In Ohio le pistole in questione sono traumi cosparsi di liquido esplosivo. C'è una sensazione di minaccia opprimente, come se ci fosse una catastrofe alle porte. Hai il presentimento che ci sia una miccia nelle vite di ognuno sempre sul punto di esplodere, non a caso si tratta della generazione figlia dell'11 settembre. Le Torri Gemelle aleggiano su tutto.

C'è un senso apocalittico e tragico presente fin dall'incipit: un feretro senza salma, la bandiera americana che vola via e si impiglia sulla cima di un albero, una cornacchia che affonda il becco cosparso di glassa rossa, bianca e blu in una torta a forma di bandiera finita sull'asfalto. Il Sogno Americano andato in frantumi in una sola immagine.
Il motto ufficiale dell'Ohio è 
With God all things are possible", un motto che sa di fede e possibilità ma le 
speranze dei protagonisti vengono puntualmente disattese.








In questo romanzo, comprensibilmente e imperdonabilmente, non si respira. L'aria è soffocante, pagina dopo pagina senti di avere il fiato sempre più corto, sarà per lo stile claustrofobico e allucinato alla Requiem for a Dream, come un piano sequenza ambientato tutto in una notte, o per il senso tragico di inevitabilità degli eventi.
La crudeltà e la violenza appaiono come condizioni ataviche e inestirpabili. Il dolore sembra scritto nel DNA di ciascun abitante di New Canaan e di tutti i luoghi che le somigliano. Difficile salvarsi in un posto così. È il contesto in cui sei nato - inteso come mix di ambiente, famiglia e mentalità - a dettare legge, sembra dire Stephen Markley. E sembra che non possa essere altrimenti. Per quanto tu possa fuggire o rinnegarlo, troverà il modo di trovarti.


In questo senso la copertina contiene più spoiler di quanto ci si possa immaginare: la grande scritta OHIO che incombe come una maledizione dal cielo nero di una notte buia e senza stelle; luci artificiali che si riflettono nelle acque stagnanti delle pozzanghere. Un non-luogo per gente di passaggio.

Ohio è un romanzo di esordio e si sente perché visibilmente imperfetto. Non tutto funziona. I piani temporali si sovrappongono, gli eventi sfumano l'uno nell'altro come fotografie sbiadite che scorrono in dissolvenza, a volte troppo velocemente per orientarti.
Eppure in mezzo a tutte le sue imperfezioni si avverte forte e chiara (più forte che chiara) l'urgenza di raccontare la vita incasinata di una generazione, 
questo sogno collettivo scatenato, incasinato, incendiario in cui nasciamo, viaggiamo e moriamo tutti.

È una generazione precisa nata e cresciuta in un contesto geograficamente identificabile. Il titolo parla chiaro. Ma è un romanzo che pur raccontando di un tempo e di un luogo precisi ha la potenza universale delle grandi narrazioni: è soprattutto una storia di fallimenti e di drammi personali di ragazzi e ragazze alla soglia dei trent'anni che si confrontano quotidianamente con il passato provando nostalgia, rabbia e rimpianto per i tempi andati e i sogni non realizzati e che fanno i conti con i ricordi dolorosi delle persone che hanno perso lungo la strada convivendo con il vuoto della loro assenza.


sabato 18 febbraio 2023

Una cosa divertente che non farò mai più - David Foster Wallace



Una cosa divertente che non farò mai più è un reportage narrativo commissionato dalla rivista Harper’s a Wallace nel 1997. L'idea era quella di fargli scrivere un resoconto della sua settimana di crociera extralusso ai Caraibi ma l'incarico nelle mani di Wallace si estese diventando un diario di bordo personale in cui il racconto della crociera è uno spunto per parlare di tutta l'industria del divertimento, delle dinamiche sociali osservabili tra i passeggeri che soggiornano nel resort galleggiante ma soprattutto delle fragilità umane. 

Il titolo originale, A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again, rende meglio l'idea. Due parole sugli avverbi: Twain consigliava di ucciderli tutti («Se vedi un avverbio, uccidilo»), King non perde occasione per dire di starne lontani («Io credo che la via per l’inferno sia lastricata di avverbi»), insomma stanno spesso antipatici perché contengono spiegazioni in gran parte dei casi non necessarie e più che rafforzare i concetti li depotenziano. Mettiamo però per un momento da parte i condivisibili istinti omicidi nei loro confronti: questo è uno di quei rari casi in cui uccidere l'avverbio del titolo originale cambia la percezione di quello che il lettore troverà all'interno del libro. Quel supposedly anticipa lo sguardo ironico di Wallace che pervade tutto il racconto dell'esperienza, getta l'ombra sinistra del sospetto su quel divertimento preteso, programmato e studiato nei minimi dettagli, come se non dovesse lasciare via di scampo. 

A bordo della meganave infatti non manca davvero nulla. Ogni possibile svago è garantito. Campi da tennis, grandi piscine scintillanti, ristoranti a cinque stelle, spa e casinò, serate a tema, cibi succulenti e prelibatezze disponibili a ogni ora del giorno e della notte. A little bit of everything, all of the time. Ogni desiderio, ancor prima di palesarsi, viene esaudito. I passeggeri, coccolati e viziati, vengono assecondati in ogni loro capriccio con accudimento infantile. La noia, colei-che-non-deve-essere-nominata, è bandita (apathy's a tragedy and boredom is a crime). Il divertimento, come anticipato nella patinata brochure, non è una libera scelta. Ha l'aspetto di una promessa ma i toni di un ordine. Grande compito del direttore di crociera e del suo staff è di continuare a rassicurare tutti i passeggeri che TUTTI si stanno divertendo. Ogni ambiente è sorvegliato da camerieri efficientissimi e da esperti del benessere, personale disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per rendere la permanenza sul Nadir un'esperienza indimenticabile. 

Apparentemente è proprio quello che si potrebbe desiderare da un soggiorno di questo tipo, no? Ma cosa accade se cominci a notare i fili che muovono questo impeccabile sistema? Una volta che inizi a vedere la macchina e i suoi ingranaggi, godersi l'esperienza e basta diventa difficile perché i retroscena di quell'intrattenimento a tutti i costi, tanto esilaranti quanto grotteschi, vengono a galla. La sospensione dell'incredulità è un meccanismo delicato, da maneggiare con cura. Una volta scoperto il trucco, la magia non fa più effetto.

A ben vedere infatti a bordo del Nadir la perfezione e la professionalità sono portate così all'eccesso da risultare irreali e posticce. Passeggeri «perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando» accerchiati da un bombardamento di stimoli. Personale dalla velocità anfetaminica, sorrisi professionali ipertirati in una contrazione muscolare innaturale accompagnati da una condiscendenza ingiustificata e da una gentilezza talmente esagerata da apparire nauseante, a tratti inquietante. Pannelli extralucidi così puliti da non accorgersi della loro presenza. Se vai a caccia di un solo granello di polvere (e Wallace, calandosi nei panni di un detective con lente d'ingrandimento alla mano, lo ha fatto) non hai speranza di trovarlo. Cabine immacolate, sterilizzate e inodori: neanche il tempo di uscire e rientrare che subito ti ritrovi il letto militarmente rifatto con le lenzuola fresche e un cioccolatino alla menta al centro esatto del cuscino. A nulla sono serviti gli appostamenti di Wallace e le sue strampalate misure di controspionaggio per cogliere Petra, la mitica signora delle pulizie, sul fatto. Il mistero del cioccolatino resta irrisolto.
Il bagno della cabina diventa una sineddoche dell'intera faccenda, così incredibilmente lussuoso da farti venire i brividi. La luce è pensata per farti apparire allo specchio più bello di quello che sei, il water ad alto tiraggio esistenziale con il suo rumore breve ma traumatico, il portasapone costruito in modo da far restare la saponetta sempre asciutta riducendo al minimo quella fanghiglia che di solito si accumula, come se non fosse mai stata toccata prima.

Spingere lo sguardo dietro le quinte dello spettacolo è la specialità di Wallace. Non può fare a meno di sentire la presenza della regia invisibile che dirige quel divertimento preconfezionato, così come nelle interviste non riesce a fingere di non vedere il lato paradossale della situazione. 

Le descrizioni con la loro ricchezza di particolari e le torrenziali note a piè di pagina potrebbero far pensare che ci sia una sorta di autocompiacimento nell'avere questo sguardo potenziato con cui riuscire a vedere le cose da ogni angolazione, frutto di quella sensibilità esasperata che i critici chiamano realismo isterico". 
Wallace, però, non è lo scrittore che dall'alto della sua cabina d'avorio immacolata se ne sta a giudicare le dinamiche capronesche della vita di bordo immune ai suoi effetti. Si sente parte dello stesso gregge. Non c'è nessun vanto nell'avere quello sguardo fuori dal comune capace di rompere costantemente la quarta parete nella percezione del mondo. Per quanto invidiabile possa sembrarci, la consapevolezza stra-ordinaria delle cose che lo circondano è estenuante ed è vissuta da Wallace più come maledizione che come superpotere, più come fonte di disagio che come dote di cui andare fiero. Stiamo parlando di un uomo, in fondo. 

La genialità e la lungimiranza che tutti gli riconosciamo poggiano su paure sfiancanti e fragilità enormi. Quel tipo di paure che ti fanno restare chiuso in cabina invece di stare in mezzo alla gente e che ti fanno sparpagliare fogli di lavoro sul letto per dare l'impressione di avere troppo da fare" e tenerti pronto a giustificare così la tua solitudine. Quel tipo di fragilità che ti fanno indossare una bandana per impedire alla testa di esplodere e nascondere il sudore provocato dall'ansia. 
Prendiamo le note a piè di pagina. Gustosissime e divertenti (se pensate alle note come a parti respingenti, questo è il libro che potrebbe farvi cambiare idea). C'è un motivo però per cui non sono state messe alla fine ma a piè di pagina: per restituirci la loro invadenza. Sotto sotto non somigliano a quei pensieri intrusivi che nel bel mezzo di momenti presumibilmente piacevoli vengono a rovinarci la festa? Quei pensieri non aspettano, infatti se non avete ancora letto il libro e siete abituati ad aspettare il punto a fine frase prima di passare alle note, vi consiglio di leggerle appena si presentano perché ci chiedono volutamente di interrompere la lettura principale per farci sperimentare, una volta tornati a dove eravamo rimasti, la fatica di riprendere il filo dopo quella brusca interruzione. Dopotutto non funziona così la nostra mente quando deve destreggiarsi tra i pensieri indesiderati? È come se una seconda voce dentro di noi, una coscienza vigile e invadente, ci spingesse sempre a cercare la spiegazione o la fregatura che si nasconde dietro l'apparenza delle cose, a renderci conto della messinscena della vita alla Truman Show. Immaginatevi di dover convivere con quella voce nella testa. 

Per quanto sia un ritratto preciso della società americana, quelle raccontate in questo libro sono dinamiche tutte umane. A prescindere dalle loro possibili declinazioni, l'insaziabilità del desiderio, il senso di colpa che mascheriamo costruendo alibi di ogni tipo per giustificare i nostri bisogni, i vizi, l'horror vacui, la paura della solitudine e della morte sono debolezze che in qualche misura e in qualche modo coinvolgono tutti.

Dopotutto la scrittura di Wallace trabocca di umanità (è capace di raccontarla anche a partire da un paio di Converse arrivando a toccare i massimi sistemi). Gli esseri umani sono raccontati in tutta la loro - la nostra - natura controversa, buffa, assurda, patetica e schifosa, in tutti quegli aspetti che la nostra tendenza autoassolutoria preferisce censurare, per vigliaccheria, certo, ma anche per istinto di conservazione

Forse per questo è sempre così difficile tornare da Wallace perché ogni volta è come entrare in una casa degli specchi in cui siamo costretti a guardare il nostro riflesso ovunque ci voltiamo. Non c'è nessuno specchio a restituirci una versione migliore di noi, questa volta. Ci mostrano per come siamo, esseri fragili, imperfetti e a volte mediocri. Esseri umani nel bene e nel male. Wallace non perde occasione per ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca. Una barca alla deriva che fa acqua da tutte le parti ma che continua a galleggiare. 


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