New Canaan è un paesino immaginario dell'Ohio dove in una calda notte d'estate si rincontrano quattro ex compagni di liceo. Non è un raduno né un'allegra rimpatriata.
Apparentemente non sembrerebbero esserci motivi validi per tornare: entrando a New Canaan non c'è nessun cartello di benvenuto ad accoglierti, è la tipica cittadina della Rust Belt con le insegne arrugginite di vecchie attività fallite, fabbriche abbandonate, diner deserti, lattine di birra accartocciate che attraversano la strada trascinate dal vento, cocci e detriti accatastati ai margini delle strade e binari su cui non passano più treni. Uno scenario di desolazione e di decadenza, disarmante e spettrale. New Canaan è una realtà che quasi si crogiola nel suo degrado ed è talmente inquinata da non avere più spazio per una rinascita.
New Canaan gli ricordava una rivista quando la butti nel fuoco e le pagine si anneriscono un attimo prima di essere vinte dalle fiamme.
Nient'altro che un mucchio di macerie dove trovano rifugio solo i fantasmi e i rimpianti di una generazione di giovani ragazzi prematuramente privati della loro innocenza a causa del contesto brutale in cui sono vissuti. Ognuno di loro credeva, in una certa misura, di poter conquistare il mondo e così non è stato. Ciò che resta è la memoria di quando tutto sembrava possibile.
Cos'è allora che spinge i quattro protagonisti a tornare? Difficile dirlo con precisione, non c'è una ragione valida per tutti.
C'è chi ritorna inseguito dalle sue allucinazioni, chi perseguitato dai rimorsi, chi da reduce di guerra, chi in cerca di vendetta. Ma questi a guardarli bene sono i motivi, non le motivazioni. Ognuno di loro sembra predestinato al compimento di una missione il cui scopo è oscuro a tutti. E poi c'è il famoso «Omicidio Che Non C’è Mai Stato», una sorta di leggenda liceale secondo cui qualcuno forse era scomparso o era morto per sbaglio, o forse aveva inscenato la propria morte e viveva ormai lontano dalla città.
C'è un filo invisibile che li tiene legati a New Canaan, una forza che li trascina indietro ogni volta che provano ad andare avanti.
Per certi versi Ohio è una storia di fantasmi dove i fantasmi non sono quelle creature spettrali vestite con il lenzuolo bianco ma sono i conti in sospeso con un passato irrisolto che tormentano le vite dei protagonisti impedendo loro di vivere il presente.
Nella fatidica notte del ritorno si crea una collisione: tutto quello che nel frattempo sono stati altrove si confronta con quello che erano prima di abbandonare la cittadina.
Andare via, lontano, per molti anni è stato il loro modo per illudersi di essersi lasciati alle spalle il passato, di aver chiuso i conti con la vita da cui sono fuggiti dopo il diploma. Lontano dagli occhi lontano dal cuore. O almeno così speravano. Quel passato però è ancora lì, immobile, ad aspettarli. Anzi non li ha mai lasciati davvero, era solo in stand-by, pronto a risvegliarsi non appena sfiorato. Dopotutto le braci spesso rimbalzano più in là e provocano incendi in altre foreste.
Tutti hanno qualcosa da risolvere. C'è un segreto – più di uno in realtà – che ha segnato le vite di tutti e si è espanso come una macchia di umidità nelle loro anime.
C'è Bill, un alcolista licenziato per le sue idee politiche che corre in aiuto dell'unica ragazza che abbia mai amato.
Stacey a cui tocca rivivere tutto ciò che ha significato crescere da omosessuale in una famiglia bigotta e in un luogo chiuso e duro come New Canaan dove i suoi abitanti si mettono in testa lo stesso genere di idee crudeli che gli propinano da quando sono nati e le inglobano nella loro visione del mondo perché è l'unico contesto che capiscono.
Poi c'è Dan, veterano reduce dall'Iraq ferito nel corpo e nello spirito, così segnato dalla guerra da non riuscire a riadattarsi alla vita o a immaginarsi in nessun'altra situazione se non in missione. Dopo essere riuscito a sviluppare un senso di casa anche lì, tra le bombe che piovono dal cielo o che covano nascoste sotto i passi incerti dei soldati, non riesce più a ritrovarlo altrove.
E infine Tina che torna ad affrontare un passato traumatico segnato dagli abusi subiti per provare a ricucire delle ferite insanabili.
Le esperienze corrosive che i quattro protagonisti hanno vissuto hanno lasciato degli strascichi nelle loro vite. Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari, ha detto Čechov. Quindi se in una storia spunta una pistola, prima o poi – non importa quando di preciso – sai che farà fuoco. In Ohio le pistole in questione sono traumi cosparsi di liquido esplosivo. C'è una sensazione di minaccia opprimente, come se ci fosse una catastrofe alle porte. Hai il presentimento che ci sia una miccia nelle vite di ognuno sempre sul punto di esplodere, non a caso si tratta della generazione figlia dell'11 settembre. Le Torri Gemelle aleggiano su tutto.
C'è un senso apocalittico e tragico presente fin dall'incipit: un feretro senza salma, la bandiera americana che vola via e si impiglia sulla cima di un albero, una cornacchia che affonda il becco cosparso di glassa rossa, bianca e blu in una torta a forma di bandiera finita sull'asfalto. Il Sogno Americano andato in frantumi in una sola immagine.
Il motto ufficiale dell'Ohio è “With God all things are possible", un motto che sa di fede e possibilità ma le speranze dei protagonisti vengono puntualmente disattese.
La crudeltà e la violenza appaiono come condizioni ataviche e inestirpabili. Il dolore sembra scritto nel DNA di ciascun abitante di New Canaan e di tutti i luoghi che le somigliano. Difficile salvarsi in un posto così. È il contesto in cui sei nato - inteso come mix di ambiente, famiglia e mentalità - a dettare legge, sembra dire Stephen Markley. E sembra che non possa essere altrimenti. Per quanto tu possa fuggire o rinnegarlo, troverà il modo di trovarti.
In questo senso la copertina contiene più spoiler di quanto ci si possa immaginare: la grande scritta OHIO che incombe come una maledizione dal cielo nero di una notte buia e senza stelle; luci artificiali che si riflettono nelle acque stagnanti delle pozzanghere. Un non-luogo per gente di passaggio.
Ohio è un romanzo di esordio e si sente perché visibilmente imperfetto. Non tutto funziona. I piani temporali si sovrappongono, gli eventi sfumano l'uno nell'altro come fotografie sbiadite che scorrono in dissolvenza, a volte troppo velocemente per orientarti.
Eppure in mezzo a tutte le sue imperfezioni si avverte forte e chiara (più forte che chiara) l'urgenza di raccontare la vita incasinata di una generazione, questo sogno collettivo scatenato, incasinato, incendiario in cui nasciamo, viaggiamo e moriamo tutti.
È una generazione precisa nata e cresciuta in un contesto geograficamente identificabile. Il titolo parla chiaro. Ma è un romanzo che pur raccontando di un tempo e di un luogo precisi ha la potenza universale delle grandi narrazioni: è soprattutto una storia di fallimenti e di drammi personali di ragazzi e ragazze alla soglia dei trent'anni che si confrontano quotidianamente con il passato provando nostalgia, rabbia e rimpianto per i tempi andati e i sogni non realizzati e che fanno i conti con i ricordi dolorosi delle persone che hanno perso lungo la strada convivendo con il vuoto della loro assenza.



