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martedì 16 gennaio 2024

L'arte del monotasking - Thatcher Wine

Thatcher Wine è il fondatore della Juniper Books, una società specializzata in interior design, in particolare in librerie personalizzate e  libri in edizione speciale. 
Fun fact: è soprannominato “celebrity bibliophile" perché ha progettato la libreria di molte celebrità. 

La libreria di Gwyneth Paltrow curata dalla Juniper Books












L'idea parte dalla convinzione che i libri siano oggetti belli e che il loro aspetto abbia del potenziale artistico. I nostri scaffali ci raccontano: The Books We Keep, The Stories We Tell è il titolo di un TEDx di Thatcher Wine di qualche anno fa.
Dicono così tanto di noi che Roberto Calasso racconta di aver ricoperto i suoi libri con una carta velina chiamata pergamino" per proteggere le copertine dall'invecchiamento ma soprattutto per rendere più complicato per i suoi occasionali visitatori leggerne i titoli, frenando così ogni eccesso di intimità". 

Impedisce quella imbarazzante situazione in cui, entrando in una stanza, si riconosce rapidamente, anche solo dal colore e dalla grafica dei dorsi, di che cosa è fatto il paesaggio mentale del padrone di casa (da Come ordinare una biblioteca").

La nostra libreria ci racconta non solo in base ai libri che abbiamo ma anche per il modo in cui li disponiamo. I criteri possono essere infiniti: alcuni più logici (come l'ordine alfabetico, l'ordine di lettura, il genere o la provenienza geografica dell'autore); altri più estetici (come l'edizione, l'altezza, il colore o lo spessore delle copertine); altri ancora più creativi e personali (accostamenti basati su affinità e parentele che magari potrebbero apparire del tutto casuali a uno sguardo esterno, un'alchimia segreta invisibile agli occhi degli altri, ma perfettamente chiara nella nostra mente).
Persino il caos è un criterio e può raccontare qualcosa. Che siamo disordinati, d'accordo. Ma solo questo? Il Community Bookstore, la famosa libreria di Brooklyn diventata un caso mediatico dopo la sua chiusura definitiva nel 2016, del disordine ha fatto il proprio marchio di fabbrica per molti anni, a tal punto da vincere il primato di libreria più disordinata al mondo". I suoi clienti più affezionati erano in lacrime alla notizia della sua chiusura, perché in quel labirinto di libri in equilibrio precario riuscivano in qualche modo a ritrovarsi.
Il Community Bookstore di Cobble Hill a Brooklyn

I libri che possediamo formano un habitat capace di rispecchiare il nostro paesaggio mentale. Non è un habitat definitivo ma sempre in trasformazione, è terreno vulcanico dove sempre qualcosa sta succedendo.
Ma veniamo all'Arte del Monotasking e a cosa c'entra con tutto questo. Nel saggio Thatcher Wine intreccia la sua storia personale a suggerimenti motivazionali su come dedicarsi ad attività quotidiane ad esempio dormire, mangiare, camminare, pensare, giocare, ascoltare, vedere. E leggere, naturalmente. 
Chi è che ha bisogno di consigli per svolgere queste attività elementari? Nessuno, siamo d'accordo. Allora perché questo libro è finito nella classifica dei libri più venduti al mondo?
Forse perché è una sensazione diffusa quella di non riuscire (o avere una certa difficoltà) a fare una sola cosa per volta. Siamo abituati a svolgere più attività contemporaneamente, in senso fisico e mentale. Il multitasking ci dà l'impressione di essere più produttivi ed efficienti, di risparmiare" tempo diluendo la nostra attenzione in tante attività provvisorie. E non c'è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo. Il punto - ed è un punto che mi sta molto a cuore - è la libertà di scelta. Questo saggio invita ad accertarsi che siamo effettivamente noi a scegliere il multitasking e non il multitasking a imporsi su di noi perché la volubilità della nostra soglia dell'attenzione non ci permette di fare altrimenti.
Capita anche a voi di sentirvi irrequieti o impazienti nel fare solo una cosa per volta? Come se dedicarsi a un'unica attività significasse non fare abbastanza, come se il peso della rinuncia contasse di più del valore della scelta. A volte l'irrequietezza deriva dal senso di colpa, perché abbiamo la sensazione di non investire" le nostre energie e il nostro tempo nei nostri impegni primari. Ma molto più spesso accade semplicemente perché non siamo più abituati a dedicare tempo e attenzione a una sola attività. Magari iniziamo a leggere un libro e dopo tre o quattro pagine (anche se ci sta piacendo) lo interrompiamo, lo mettiamo via per un po' e nel frattempo ci dedichiamo ad altro. Non perché ci sia davvero il bisogno urgente di fare quell'altra cosa in quel momento ma perché per la nostra mente quei dieci minuti di lettura erano già diventati troppi. O magari iniziamo a vedere un film e lo mettiamo in pausa varie volte prima di trovare pace e vederlo fino alla fine. Questo al cinema capita più raramente perché la sala ci costringe" - ci invita, direi - a incanalare la nostra attenzione fin da subito in quello che stiamo facendo in quel preciso momento. Chiaramente sta anche al film fare la sua parte per (in)trattenerla, è un rapporto reciproco non unidirezionale. D'altronde abbiamo fatto della strada per andare a vederlo. Vedere il film è il motivo per cui siamo usciti di casa. Ci si può distrarre anche al cinema, è chiaro, essendoci con il corpo ma non con la mente o con la mente ma non con il cuore. Ma la sala e quella forma di raccoglimento collettivo ci rendono forse meno vulnerabili alle distrazioni estemporanee. Replicare questa condizione di raccoglimento e disponibilità a casa è in parte possibile, ma richiede una certa dose di autocontrollo. 
Che lo si chiami monotasking o consapevolezza o essere presenti in quello che si fa, il punto è riuscire a godersi le cose per quello che sono nel qui e ora, senza necessariamente vedervi uno scopo o un minutaggio prestabilito e senza caricare ogni nostra azione quotidiana di preoccupazioni o aspettative. Ad esempio camminare per camminare prendendosi tutto il tempo necessario (con tempo non si intende solo quello scandito dalle lancette dell'orologio ma anche e soprattutto quello interiore, essendoci insomma. Il focus non è sulla quantità di tempo ma sulla qualità); mangiare e godersi il pasto; ascoltare quello che le altre persone hanno da dirci senza già pensare alla risposta; vedere non solo con gli occhi ma anche con il cuore. 
Il monotasking è una forma di meditazione dinamica capace di restituire intensità anche alle più banali azioni quotidiane. Non è propriamente un elogio della vita lenta", anche se ne condivide molti valori. E non è nemmeno un'apologia della noia del tipo si-stava-meglio-quando-potevamo-annoiarci-e-passare-le-ore-a-fissare-le-crepe-sul-muro. La noia non piace a nessuno ed è naturale cercare di porvi rimedio il prima possibile e gli stimoli dell'intrattenimento giungono in soccorso. Il punto è non lasciare che quegli stimoli restino dei fuochi fatui. La sfida è provare ad alimentare la fiamma e fare in modo che quello che facciamo ci coinvolga davvero e possibilmente ci rappresenti, racconti di noi, come gli scaffali della nostra libreria. Essere disponibili nei confronti delle cose e delle persone che ci circondano, vivere profondamente e succhiare tutto il midollo, direbbe Thoreau.

venerdì 7 luglio 2023

Ohio - Stephen Markley


New Canaan è un paesino immaginario dell'Ohio dove in una calda notte d'estate si rincontrano quattro ex compagni di liceo. Non è un raduno né un'allegra rimpatriata. 

Apparentemente non sembrerebbero esserci motivi validi per tornare: entrando a New Canaan non c'è nessun cartello di benvenuto ad accoglierti, è la tipica cittadina della Rust Belt con le insegne arrugginite di vecchie attività fallite, fabbriche abbandonate, diner deserti, lattine di birra accartocciate che attraversano la strada trascinate dal vento, cocci e detriti accatastati ai margini delle strade e binari su cui non passano più treni. Uno scenario di desolazione e di decadenza, disarmante e spettrale. New Canaan è una realtà che quasi si crogiola nel suo degrado ed è talmente inquinata da non avere più spazio per una rinascita. 


New Canaan gli ricordava una rivista quando la butti nel fuoco e le pagine si anneriscono un attimo prima di essere vinte dalle fiamme.

 

Nient'altro che un mucchio di macerie dove trovano rifugio solo i fantasmi e i rimpianti di una generazione di giovani ragazzi prematuramente privati della loro innocenza a causa del contesto brutale in cui sono vissuti. Ognuno di loro credeva, in una certa misura, di poter conquistare il mondo e così non è stato. Ciò che resta è la memoria di quando tutto sembrava possibile.

Cos'è allora che spinge i quattro protagonisti a tornare? Difficile dirlo con precisione, non c'è una ragione valida per tutti. 
C'è chi ritorna inseguito dalle sue allucinazioni, chi perseguitato dai rimorsi, chi da reduce di guerra, chi in cerca di vendetta. Ma questi a guardarli bene sono i motivi, non le motivazioni. Ognuno di loro sembra predestinato al compimento di una missione il cui scopo è oscuro a tutti. E poi c'è il famoso «Omicidio Che Non C’è Mai Stato», una sorta di leggenda liceale secondo cui qualcuno forse era scomparso o era morto per sbaglio, o forse aveva inscenato la propria morte e viveva ormai lontano dalla città.

C'è un filo invisibile che li tiene legati a New Canaan, una forza che li trascina indietro ogni volta che provano ad andare avanti. 





Per certi versi Ohio è una storia di fantasmi dove i fantasmi non sono quelle creature spettrali vestite con il lenzuolo bianco ma sono i conti in sospeso con un passato irrisolto che tormentano le vite dei protagonisti impedendo loro di vivere il presente.

Nella fatidica notte del ritorno si crea una collisione: tutto quello che nel frattempo sono stati altrove si confronta con quello che erano prima di abbandonare la cittadina.
Andare via, lontano, per molti anni è stato il loro modo per illudersi di essersi lasciati alle spalle il passato, di aver chiuso i conti con la vita da cui sono fuggiti dopo il diploma. Lontano dagli occhi lontano dal cuore. O almeno così speravano. Quel passato però è ancora lì, immobile, ad aspettarli. Anzi n
on li ha mai lasciati davvero, era solo in stand-by, pronto a risvegliarsi non appena sfiorato. Dopotutto le braci spesso rimbalzano più in là e provocano incendi in altre foreste. 

Tutti hanno qualcosa da risolvere. C'è un segreto – più di uno in realtà – che ha segnato le vite di tutti e si è espanso come una macchia di umidità nelle loro anime. 
C'è Bill, un alcolista licenziato per le sue idee politiche che corre in aiuto dell'unica ragazza che abbia mai amato.
Stacey a cui tocca rivivere tutto ciò che ha significato crescere da omosessuale in una famiglia bigotta e in un luogo chiuso e duro come New Canaan dove i suoi abitanti si mettono in testa lo stesso genere di idee crudeli che gli propinano da quando sono nati e le inglobano nella loro visione del mondo perché è l'unico contesto che capiscono
Poi c'è Dan, veterano reduce dall'Iraq ferito nel corpo e nello spirito, così segnato dalla guerra da non riuscire a riadattarsi alla vita o a immaginarsi in nessun'altra situazione se non in missione. Dopo essere riuscito a sviluppare un senso di casa anche lì, tra le bombe che piovono dal cielo o che covano nascoste sotto i passi incerti dei soldati, non riesce più a ritrovarlo altrove.
E infine Tina che torna ad affrontare un passato traumatico segnato dagli abusi subiti per provare a ricucire delle ferite insanabili.

Le esperienze corrosive che i quattro protagonisti hanno vissuto hanno lasciato degli strascichi nelle loro vite. Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari, ha detto Čechov. Quindi se in una storia spunta una pistola, prima o poi – non importa quando di preciso – sai che farà fuoco. In Ohio le pistole in questione sono traumi cosparsi di liquido esplosivo. C'è una sensazione di minaccia opprimente, come se ci fosse una catastrofe alle porte. Hai il presentimento che ci sia una miccia nelle vite di ognuno sempre sul punto di esplodere, non a caso si tratta della generazione figlia dell'11 settembre. Le Torri Gemelle aleggiano su tutto.

C'è un senso apocalittico e tragico presente fin dall'incipit: un feretro senza salma, la bandiera americana che vola via e si impiglia sulla cima di un albero, una cornacchia che affonda il becco cosparso di glassa rossa, bianca e blu in una torta a forma di bandiera finita sull'asfalto. Il Sogno Americano andato in frantumi in una sola immagine.
Il motto ufficiale dell'Ohio è 
With God all things are possible", un motto che sa di fede e possibilità ma le 
speranze dei protagonisti vengono puntualmente disattese.








In questo romanzo, comprensibilmente e imperdonabilmente, non si respira. L'aria è soffocante, pagina dopo pagina senti di avere il fiato sempre più corto, sarà per lo stile claustrofobico e allucinato alla Requiem for a Dream, come un piano sequenza ambientato tutto in una notte, o per il senso tragico di inevitabilità degli eventi.
La crudeltà e la violenza appaiono come condizioni ataviche e inestirpabili. Il dolore sembra scritto nel DNA di ciascun abitante di New Canaan e di tutti i luoghi che le somigliano. Difficile salvarsi in un posto così. È il contesto in cui sei nato - inteso come mix di ambiente, famiglia e mentalità - a dettare legge, sembra dire Stephen Markley. E sembra che non possa essere altrimenti. Per quanto tu possa fuggire o rinnegarlo, troverà il modo di trovarti.


In questo senso la copertina contiene più spoiler di quanto ci si possa immaginare: la grande scritta OHIO che incombe come una maledizione dal cielo nero di una notte buia e senza stelle; luci artificiali che si riflettono nelle acque stagnanti delle pozzanghere. Un non-luogo per gente di passaggio.

Ohio è un romanzo di esordio e si sente perché visibilmente imperfetto. Non tutto funziona. I piani temporali si sovrappongono, gli eventi sfumano l'uno nell'altro come fotografie sbiadite che scorrono in dissolvenza, a volte troppo velocemente per orientarti.
Eppure in mezzo a tutte le sue imperfezioni si avverte forte e chiara (più forte che chiara) l'urgenza di raccontare la vita incasinata di una generazione, 
questo sogno collettivo scatenato, incasinato, incendiario in cui nasciamo, viaggiamo e moriamo tutti.

È una generazione precisa nata e cresciuta in un contesto geograficamente identificabile. Il titolo parla chiaro. Ma è un romanzo che pur raccontando di un tempo e di un luogo precisi ha la potenza universale delle grandi narrazioni: è soprattutto una storia di fallimenti e di drammi personali di ragazzi e ragazze alla soglia dei trent'anni che si confrontano quotidianamente con il passato provando nostalgia, rabbia e rimpianto per i tempi andati e i sogni non realizzati e che fanno i conti con i ricordi dolorosi delle persone che hanno perso lungo la strada convivendo con il vuoto della loro assenza.


sabato 18 febbraio 2023

Una cosa divertente che non farò mai più - David Foster Wallace



Una cosa divertente che non farò mai più è un reportage narrativo commissionato dalla rivista Harper’s a Wallace nel 1997. L'idea era quella di fargli scrivere un resoconto della sua settimana di crociera extralusso ai Caraibi ma l'incarico nelle mani di Wallace si estese diventando un diario di bordo personale in cui il racconto della crociera è uno spunto per parlare di tutta l'industria del divertimento, delle dinamiche sociali osservabili tra i passeggeri che soggiornano nel resort galleggiante ma soprattutto delle fragilità umane. 

Il titolo originale, A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again, rende meglio l'idea. Due parole sugli avverbi: Twain consigliava di ucciderli tutti («Se vedi un avverbio, uccidilo»), King non perde occasione per dire di starne lontani («Io credo che la via per l’inferno sia lastricata di avverbi»), insomma stanno spesso antipatici perché contengono spiegazioni in gran parte dei casi non necessarie e più che rafforzare i concetti li depotenziano. Mettiamo però per un momento da parte i condivisibili istinti omicidi nei loro confronti: questo è uno di quei rari casi in cui uccidere l'avverbio del titolo originale cambia la percezione di quello che il lettore troverà all'interno del libro. Quel supposedly anticipa lo sguardo ironico di Wallace che pervade tutto il racconto dell'esperienza, getta l'ombra sinistra del sospetto su quel divertimento preteso, programmato e studiato nei minimi dettagli, come se non dovesse lasciare via di scampo. 

A bordo della meganave infatti non manca davvero nulla. Ogni possibile svago è garantito. Campi da tennis, grandi piscine scintillanti, ristoranti a cinque stelle, spa e casinò, serate a tema, cibi succulenti e prelibatezze disponibili a ogni ora del giorno e della notte. A little bit of everything, all of the time. Ogni desiderio, ancor prima di palesarsi, viene esaudito. I passeggeri, coccolati e viziati, vengono assecondati in ogni loro capriccio con accudimento infantile. La noia, colei-che-non-deve-essere-nominata, è bandita (apathy's a tragedy and boredom is a crime). Il divertimento, come anticipato nella patinata brochure, non è una libera scelta. Ha l'aspetto di una promessa ma i toni di un ordine. Grande compito del direttore di crociera e del suo staff è di continuare a rassicurare tutti i passeggeri che TUTTI si stanno divertendo. Ogni ambiente è sorvegliato da camerieri efficientissimi e da esperti del benessere, personale disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per rendere la permanenza sul Nadir un'esperienza indimenticabile. 

Apparentemente è proprio quello che si potrebbe desiderare da un soggiorno di questo tipo, no? Ma cosa accade se cominci a notare i fili che muovono questo impeccabile sistema? Una volta che inizi a vedere la macchina e i suoi ingranaggi, godersi l'esperienza e basta diventa difficile perché i retroscena di quell'intrattenimento a tutti i costi, tanto esilaranti quanto grotteschi, vengono a galla. La sospensione dell'incredulità è un meccanismo delicato, da maneggiare con cura. Una volta scoperto il trucco, la magia non fa più effetto.

A ben vedere infatti a bordo del Nadir la perfezione e la professionalità sono portate così all'eccesso da risultare irreali e posticce. Passeggeri «perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando» accerchiati da un bombardamento di stimoli. Personale dalla velocità anfetaminica, sorrisi professionali ipertirati in una contrazione muscolare innaturale accompagnati da una condiscendenza ingiustificata e da una gentilezza talmente esagerata da apparire nauseante, a tratti inquietante. Pannelli extralucidi così puliti da non accorgersi della loro presenza. Se vai a caccia di un solo granello di polvere (e Wallace, calandosi nei panni di un detective con lente d'ingrandimento alla mano, lo ha fatto) non hai speranza di trovarlo. Cabine immacolate, sterilizzate e inodori: neanche il tempo di uscire e rientrare che subito ti ritrovi il letto militarmente rifatto con le lenzuola fresche e un cioccolatino alla menta al centro esatto del cuscino. A nulla sono serviti gli appostamenti di Wallace e le sue strampalate misure di controspionaggio per cogliere Petra, la mitica signora delle pulizie, sul fatto. Il mistero del cioccolatino resta irrisolto.
Il bagno della cabina diventa una sineddoche dell'intera faccenda, così incredibilmente lussuoso da farti venire i brividi. La luce è pensata per farti apparire allo specchio più bello di quello che sei, il water ad alto tiraggio esistenziale con il suo rumore breve ma traumatico, il portasapone costruito in modo da far restare la saponetta sempre asciutta riducendo al minimo quella fanghiglia che di solito si accumula, come se non fosse mai stata toccata prima.

Spingere lo sguardo dietro le quinte dello spettacolo è la specialità di Wallace. Non può fare a meno di sentire la presenza della regia invisibile che dirige quel divertimento preconfezionato, così come nelle interviste non riesce a fingere di non vedere il lato paradossale della situazione. 

Le descrizioni con la loro ricchezza di particolari e le torrenziali note a piè di pagina potrebbero far pensare che ci sia una sorta di autocompiacimento nell'avere questo sguardo potenziato con cui riuscire a vedere le cose da ogni angolazione, frutto di quella sensibilità esasperata che i critici chiamano realismo isterico". 
Wallace, però, non è lo scrittore che dall'alto della sua cabina d'avorio immacolata se ne sta a giudicare le dinamiche capronesche della vita di bordo immune ai suoi effetti. Si sente parte dello stesso gregge. Non c'è nessun vanto nell'avere quello sguardo fuori dal comune capace di rompere costantemente la quarta parete nella percezione del mondo. Per quanto invidiabile possa sembrarci, la consapevolezza stra-ordinaria delle cose che lo circondano è estenuante ed è vissuta da Wallace più come maledizione che come superpotere, più come fonte di disagio che come dote di cui andare fiero. Stiamo parlando di un uomo, in fondo. 

La genialità e la lungimiranza che tutti gli riconosciamo poggiano su paure sfiancanti e fragilità enormi. Quel tipo di paure che ti fanno restare chiuso in cabina invece di stare in mezzo alla gente e che ti fanno sparpagliare fogli di lavoro sul letto per dare l'impressione di avere troppo da fare" e tenerti pronto a giustificare così la tua solitudine. Quel tipo di fragilità che ti fanno indossare una bandana per impedire alla testa di esplodere e nascondere il sudore provocato dall'ansia. 
Prendiamo le note a piè di pagina. Gustosissime e divertenti (se pensate alle note come a parti respingenti, questo è il libro che potrebbe farvi cambiare idea). C'è un motivo però per cui non sono state messe alla fine ma a piè di pagina: per restituirci la loro invadenza. Sotto sotto non somigliano a quei pensieri intrusivi che nel bel mezzo di momenti presumibilmente piacevoli vengono a rovinarci la festa? Quei pensieri non aspettano, infatti se non avete ancora letto il libro e siete abituati ad aspettare il punto a fine frase prima di passare alle note, vi consiglio di leggerle appena si presentano perché ci chiedono volutamente di interrompere la lettura principale per farci sperimentare, una volta tornati a dove eravamo rimasti, la fatica di riprendere il filo dopo quella brusca interruzione. Dopotutto non funziona così la nostra mente quando deve destreggiarsi tra i pensieri indesiderati? È come se una seconda voce dentro di noi, una coscienza vigile e invadente, ci spingesse sempre a cercare la spiegazione o la fregatura che si nasconde dietro l'apparenza delle cose, a renderci conto della messinscena della vita alla Truman Show. Immaginatevi di dover convivere con quella voce nella testa. 

Per quanto sia un ritratto preciso della società americana, quelle raccontate in questo libro sono dinamiche tutte umane. A prescindere dalle loro possibili declinazioni, l'insaziabilità del desiderio, il senso di colpa che mascheriamo costruendo alibi di ogni tipo per giustificare i nostri bisogni, i vizi, l'horror vacui, la paura della solitudine e della morte sono debolezze che in qualche misura e in qualche modo coinvolgono tutti.

Dopotutto la scrittura di Wallace trabocca di umanità (è capace di raccontarla anche a partire da un paio di Converse arrivando a toccare i massimi sistemi). Gli esseri umani sono raccontati in tutta la loro - la nostra - natura controversa, buffa, assurda, patetica e schifosa, in tutti quegli aspetti che la nostra tendenza autoassolutoria preferisce censurare, per vigliaccheria, certo, ma anche per istinto di conservazione

Forse per questo è sempre così difficile tornare da Wallace perché ogni volta è come entrare in una casa degli specchi in cui siamo costretti a guardare il nostro riflesso ovunque ci voltiamo. Non c'è nessuno specchio a restituirci una versione migliore di noi, questa volta. Ci mostrano per come siamo, esseri fragili, imperfetti e a volte mediocri. Esseri umani nel bene e nel male. Wallace non perde occasione per ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca. Una barca alla deriva che fa acqua da tutte le parti ma che continua a galleggiare. 


giovedì 1 settembre 2022

Abbandonare un gatto - Murakami Haruki

Chissà perché scelgo un momento come questo
per ricordarmi di quella volta che mia zia mi prese da parte
 e mi disse: Quello che sto per dirti adesso
te lo ricorderai ogni giorno finché campi?

Ma l’unica cosa che ricordo è questa.

RAYMOND CARVER
A caccia (Blu oltremare)


La memoria è strana. Nonostante i tanti momenti significativi delle nostre vite, sono quelli più banali a volte a tornarci in mente. Forse più che tornare sono sempre stati lì, ai margini, e all'improvviso - per motivi che non è sempre chiaro precisare - vengono risvegliati. A volte basta poco per sollecitarli. Per Proust una madeleine intinta nel tè o un piede poggiato su un pavimento irregolare avevano il potere di rievocare attimi di vita che credeva di aver perso per sempre. Grazie a stimoli sensoriali e miracolose analogie della memoria, passato e presente finiscono per coincidere. Frammenti di vita trascorsa riaffiorano nel qui e ora restituendoci, per brevi preziosissimi istanti di eternità, il tempo perduto. 

«Che hai fatto in tutti questi anni, Noodles?»
«Sono andato a letto presto.»

C'era una volta in America - Sergio Leone

Altre volte non occorrono stimoli per richiamare il passato. Un bel giorno, o brutto a seconda dei casi, per delle misteriose coincidenze quei ricordi di vita lontana ti chiedono attenzione. 

Abbandonare un gatto comincia con un ricordo marginale. In un pomeriggio d'estate della sua infanzia Murakami e suo padre andarono ad abbandonare un gatto sulla spiaggia. L'episodio è rievocato in una manciata di pagine. È il titolo della storia senza esserne il fulcro, al massimo una miccia. Quel momento di poco conto apparentemente insignificante rimasto per anni in qualche zona d'ombra della memoria riaffiora e diventa l'occasione per parlare di suo padre, un uomo comune e al contempo eccezionale che studiava per diventare prete, scriveva haiku e si è ritrovato soldato per un errore burocratico. Una storia che si era tenuto dentro per molto tempo, come una spina rimasta in gola, in cui la vita microscopica di un uomo qualunque incrocia la Grande Storia.  

Sulla fascetta (quello spazio del libro in cui tutto può succedere, come potete vedere su Fascetta Nera), è scritto a caratteri cubitali che si tratta di un Murakami inedito". Per certi versi è così, chi ha letto altri libri dell'autore conosce la sua riservatezza, la sua reticenza nel parlare di sé (perlomeno apertamente), la sua voglia pari a zero di essere un personaggio pubblico.

Inevitabilmente sorprende, quindi, che abbia voluto condividere con i lettori qualcosa di così intimo e privato come la vita di suo padre, il rapporto che aveva con lui, il timore reverenziale che ha portato i non-detti tra di loro ad accumularsi fino a diventare incomprensioni così radicate da allontanarli.   

Illustrazione di Emiliano Ponzi
Per quanto la scelta di raccontarsi in sé possa apparire inedita", il modo in cui invece il racconto procede fa restare intatto quel riserbo che gli è sempre appartenuto. Da buon giapponese esprime le emozioni in modo contenuto, con una compostezza e sobrietà ai limiti del telegrafico. Antonietta Pastore, la sua traduttrice, dice che il cuore dei giapponesi ha delle tonalità diverse da quelle passionali degli italiani e questa è certamente una delle ragioni. Ma a ben vedere nel suo caso non si tratta solo di una riservatezza caratteriale e culturale. Anche se prova a raccontarne la persona, suo padre non fa eccezione rispetto ad altri protagonisti delle sue storie. C'è sempre qualcosa che aleggia attorno ai suoi personaggi che ci impedisce di decifrare le ragioni ultime che li muovono e conoscere i sentimenti più profondi che li animano o capirne la provenienza.

Burning (2018) di Lee Chang-dong basato sul racconto Granai incendiati 
contenuto nella raccolta 
L'elefante scomparso e altri racconti di Murakami.

Non importa quanto siano vicine, familiari o intime, le  persone agli occhi di Murakami sono come avvolte da un'aura di mistero, custodiscono una parte segreta che è possibile percepire in una certa misura ma che nella sua totalità resta sconosciuta. 
Mi domando se sia realmente possibile capire perfettamente un'altra persona. Anche quando ci sforziamo di conoscere qualcuno mettendoci tutto il tempo e la buona volontà possibili, in che misura possiamo cogliere la sua vera natura? Sappiamo ciò che è veramente essenziale riguardo a quell'altro che siamo convinti di comprendere tanto bene? 

                                                                                                  L'uccello che girava le viti del mondo 


Ecco quindi che quella compostezza dello stile deriva anche da una mancanza di elementi certi (ci sono date ed eventi che non tornano nella vita di suo padre insieme a qualche aneddoto dal dubbio significato) e una più generale sensazione che, per quanto ci si sforzi, ci sarà sempre in se stessi e negli altri un lato se non incomprensibile quantomeno sfuggente, una parte fatta di ombre e chiaroscuri.
A dire il vero, non sono neanche sicura che ci sia questo sforzo. In gran parte dei casi mi sembra più un sommesso tentativo di mettere insieme i pezzi di un puzzle senza la convinzione che nella scatola ci siano tutti i pezzi. 
Se avessi insistito, ho l’impressione che qualche spiegazione in più me l’avrebbe data. Ma c’era qualcosa – ­l’atmosfera di quel momento, o una qualche reticenza dentro di me – che me lo impedì.
Conoscere i suoi personaggi è un po' come calarsi in un pozzo profondissimo o come trovarsi in una grande stanza buia con un piccolo accendino in mano. Capisco quindi quei lettori che se apprezzano questo aspetto sospeso e indefinito nei suoi racconti fanno invece più fatica a digerirlo arrivati alla fine dei suoi romanzi. 

Illustrazione di Emiliano Ponzi
Abbandonare un gatto è forse troppo lungo per essere un racconto e decisamente troppo breve per essere un romanzo ma deve qualcosa a entrambi. È il viaggio a ritroso di un figlio che prova a far luce sulla vita di suo padre e sulle proprie radici.
Le storie sono come piccoli falò nelle caverne, ha detto Murakami una volta. Per quanto fioca sia quella luce, è l'unica a guidarlo nella sua ricerca tra le tenebre della memoria di una qualche forma di riconciliazione. 

sabato 30 luglio 2022

L'ultimo spettacolo - Larry McMurtry


Texas, inizio anni Cinquanta.
Thalia è una cittadina fantasma ai confini del deserto talmente piccola che 
non puoi starnutire senza che qualcuno ti offra un fazzoletto". C'è una sola strada ed è ricoperta dalla sabbia portata da un vento freddo e incessante ribattezzato dai locali Malinconia del nord, perché era davvero dura non intristirsi quando soffiava". Mucchi di cespugli rinsecchiti attraversano di tanto in tanto la carreggiata spinti dalle raffiche. L'unico movimento percepibile è quello delle luci lampeggianti del semaforo predisposto a regolare un traffico inesistente. Ma basta fissarle per qualche minuto per rendersi conto che quella ripetitiva alternanza di colori, in fondo, non è che un movimento apparente.
Non c'è niente da fare a Thalia se non immaginare di lasciarsela alle spalle un giorno e dirigersi altrove. Le vite dei suoi pochi abitanti scorrono lente tra partite di football poco entusiasmanti, una sala da biliardo polverosa con i muri scrostati, un caffè aperto tutta la notte e un cinema dismesso con una sala fatiscente che sta per chiudere i battenti.

The Last Picture Show" (1971) di Peter Bogdanovich.
Non accade nulla di memorabile in un posto come Thalia, una città mai neppure sfiorata dal sogno americano. C'è chi prova a diventare grande, senza una direzione o ambizioni particolari, e chi combatte l'avanzata inesorabile del tempo che consuma la città e le persone che la abitano.
Gli adulti convivono con la frustrazione dei sogni irrealizzati in balìa di malinconie e rimpianti per un passato che non può più tornare e che, forse, non è nemmeno mai esistito. Molti di loro sono rassegnati a una vita piatta e insoddisfacente, frutto di scelte ormai irrimediabili; c'è però chi in quei ricordi lontani ritrova una dolcezza ancora capace di infondere speranza e chi, stanco di autocommiserarsi, prova nel suo piccolo a darsi una seconda possibilità cercando qualcosa che riesca ad alleviare la solitudine. Qualcuno che possa farlo sentire compreso.
I giovani vivono il presente assecondando gli istinti del momento e trascorrono le loro giornate lasciandosi trascinare passivamente dall'inerzia in piccoli atti di ribellione e struggimenti senza convinzione per combattere la monotonia. Le loro bravate si rivelano deludenti, le loro trasgressioni non hanno nulla di rivoluzionario e finiscono solo per riempire il vuoto con altro vuoto. I diversivi che si danno per sopravvivere alla noia quotidiana, come le luci del semaforo, non sono altro che minime variazioni di un movimento illusorio sempre identico a se stesso e che torna ciclicamente al punto di partenza. 

L'America dei pionieri è finita, la guerra di Corea incombe e Thalia è una città morente simbolo di un mondo al tramonto e di un'epoca che sta per essere spazzata via insieme alla giovinezza di tre ragazzi prossimi al diploma.

Il cinema, un tempo luogo di ritrovo di vecchie e nuove generazioni, proietta il suo ultimo spettacolo prima di abbassare per sempre la saracinesca mentre fuori soffia il vento che trascina via i detriti.






domenica 17 luglio 2022

La leggenda del re pescatore - Terry Gilliam


La leggenda del re pescatore è un film del 1991 diretto da Terry Gilliam e scritto da Richard LaGravenese.

È la storia di Jack Lucas (Jeff Bridges), un conduttore radiofonico di successo che un giorno, sull’onda del suo sarcasmo spietato, spinge un ascoltatore che prende alla lettera le sue parole a commettere una strage in un ristorante di Manhattan. Venuto a sapere della tragedia, Jack precipita, giorno dopo giorno, in uno stato di depressione. Il suo senso di onnipotenza (all’inizio lo vediamo ballare The Power degli Snap! nel suo lussuoso appartamento) cede il posto alla convinzione di non valere più nulla per essere stato indirettamente responsabile della morte di persone innocenti.

La sua carriera è finita e, persa tutta la fiducia in se stesso, non riesce neppure a ricambiare i sentimenti della donna che gli sta accanto. Una notte, ossessionato dal senso di colpa e stordito dall’alcol, prova a farla finita ma quando sta per gettarsi nel fiume viene aggredito da due ragazzi che lo scambiano per un barbone. Proprio mentre stanno per dargli fuoco entra in scena Parry (Robin Williams), uno strambo senzatetto convinto di essere un cavaliere errante alla ricerca del Santo Graal che insieme alla sua banda di vagabondi porta Jack in salvo.

Anche Parry, come Jack, cerca di sfuggire al dolore, è tormentato dalle visioni di un terrificante Cavaliere Rosso che lo insegue ogni volta che ricorda la sua vita precedente. In fuga dai ricordi di un passato traumatico, si è costruito nella sua mente una New York incantata, popolata da gnomi, cavalieri e principesse. Convinto che Jack sia l’eletto, colui che lo aiuterà a conquistare il Santo Graal, lo trascina nella sua strampalata missione. All’inizio Jack è riluttante ma quando scopre di essere in parte responsabile della follia di Parry e della sua misera condizione decide di aiutarlo nella speranza di riscattarsi.


Sono moltissimi i temi toccati da questo film: l’amicizia, l’amore, la compassione, il trauma, l’accettazione del dolore, il perdono verso se stessi, l’alienazione dell’individuo in una realtà cupa e pietrificante, la solitudine di quella “gente invisibile” delle strade di New York (e del mondo intero) di cui racconta anche Will Eisner. Temi che comunicano tra loro attraverso una varietà di generi e registri (umorismo, dramma, grottesco, avventura, romanticismo).

Tra tutti, però, c'è un tema che mi sta particolarmente a cuore: 
il potere dell'immaginazione nella vita dell'uomo*.

(*Mi sembra un filo conduttore non solo di questo film ma in generale del cinema di Gilliam e della scrittura di LaGravenese. Si tratta del primo film diretto da Gilliam basato su una sceneggiatura non sua. Di lì a poco LaGravenese avrebbe scritto I ponti di Madison County di Clint Eastwood, L’uomo che sussurrava ai cavalli di Robert Redford, La piccola principessa di Alfonso Cuarón, tutti film in cui il tema si declina in varie forme mantenendo la sua centralità).

Il personaggio di Parry è un uomo segnato dal trauma della perdita. La sua mente per sfuggire alla sofferenza e al caos si rifugia in un mondo immaginario in cui c’è ancora spazio per grandi gesti, valori e sentimenti autentici, un luogo in cui è ancora possibile cercare un senso. Si tratta di una fuga dunque, un modo per esorcizzare e alleviare un dolore insopportabile altrimenti. Le sue visioni diventano la sua armatura per proteggersi dalla violenza e dalla brutalità di una realtà deludente, cupa e spietata.
La fantasia però non è solo un meccanismo di difesa o uno spazio sicuro in cui scappare quando la realtà così com’è è troppo dura da affrontare. Il bello di questo film è che non si limita a dare una sola versione dei fatti, ne mostra tutte le umane contraddizioni. L’immaginazione è un’arma a doppio taglio, miete le sue vittime quando taglia del tutto i ponti con l’esterno. Quando pretende di sostituire la vita può diventare follia, illusione, una trappola che imprigiona e isola l’individuo e che rende poi ancora più frustrante lo scontro con la realtà. Questa deriva è mostrata in tutti i suoi drammatici risvolti.

Eppure non è questa la prospettiva più tragica, sembra suggerire il film. Ben più spaventosa è una vita dominata dal cinismo, dalla rassegnazione, dall’indifferenza e dall’assenza di fiducia ed empatia (“In questa città nessuno guarda mai in alto”, dice Jeff Bridges in una scena del film). Non c’è peggior condanna per l’uomo di una vita priva di immaginazione.

Quando non chiude ogni canale di comunicazione con la realtà, l’immaginazione diventa la più preziosa e potente delle facoltà umane. È apertura, slancio, romanticismo, un antidoto contro l’aridità dello sguardo e dei sentimenti, una forza vitale e creativa che ci permette di entrare in connessione con gli altri, di trovare lo straordinario nell’ordinario, di vedere bellezza anche laddove sembrerebbe non essercene:
A volte si trovano cose bellissime nella spazzatura"

Lo sguardo amorevole di Parry è travolgente, contagioso, irradia una luce nuova sul mondo che lo circonda, una luce più calda e accogliente. Il frenetico viavai della Gran Central Station nell’orario di punta, al passaggio della donna di cui è innamorato che cammina tra la folla, si trasforma agli occhi sognanti di Parry in una danza, un carosello incantato in cui sconosciuti ballano in armonia l’uno con l’altro, come se non ci fosse niente di più naturale.

Questo momento di pace e di meraviglia dura solo pochi istanti scanditi dalle lancette dell’orologio. Non appena la donna scompare il valzer si scioglie, la musica svanisce e la folla torna a urtarsi con indifferenza mentre lo sguardo rapito di Parry (con quel misto di dolcezza e malinconia che porta il nome di Robin Williams) saluta quell’attimo fuggente.











domenica 19 giugno 2022

Gravity Falls - Alex Hirsch

Gravity Falls (2012) è una serie animata della Disney scritta da Alex Hirsch e composta da 2 stagioni e 40 episodi totali.

I gemelli Mabel e Dipper vengono mandati per le vacanze estive a Gravity Falls, una piccola cittadina dell’Oregon, a casa del prozio Stan. 

Più che di una casa, in realtà, si tratta di un grande baraccone in mezzo alla foresta adibito a museo/emporio per turisti creduloni che, affascinati dal mistero, sono disposti a pagare per vedere le stranezze messe in mostra da Stan e per comprare le cianfrusaglie che spaccia come oggetti imperdibili.

Il burbero prozio mette subito all’opera i nipoti, costringendoli a dargli una mano al negozio per mandare avanti la baracca. Ma proprio quando i due fratelli stanno per rassegnarsi a un’estate all’insegna della noia, Dipper trova nel bosco un libro scritto da un autore sconosciuto pieno di annotazioni su strane presenze e altri misteri che avvolgono la cittadina.

Ben presto i gemelli si renderanno conto che nulla è come sembra e che dietro la placida vita di provincia, si nasconde un luogo tutt’altro che normale. Nonostante l’apparenza tranquilla e ordinaria, Gravity Falls è l’epicentro di fenomeni bizzarri, una calamita per eventi inspiegabili che si intrecceranno sempre di più formando una fitta rete di misteri. Episodio dopo episodio, Dipper e Mabel indagheranno sui segreti della cittadina e dei luoghi in cui si svolge la vita dei suoi strambi abitanti. 


Riassunta così la trama, potrebbe sembrare una serie come tante altre. Una sorta di Scooby Doo in cui i protagonisti si trovano coinvolti di volta in volta in situazioni enigmatiche che alla fine di ogni puntata trovano la loro risoluzione. E, in un certo senso, c'è anche questo nello show. Ma c'è qualcosa di profondamente diverso in Gravity Falls. Per quanto ogni puntata sia autoconclusiva e costituisca un'avventura a sé stante, piano piano, oltre alla trama verticale di ogni episodio, si costruisce una trama orizzontale complessa e difficile da decifrare. Ogni episodio nasconde degli indizi - anche dove non ce li si aspetta - ed è un piccolo tassello di un puzzle che sarà completo solo alla fine delle due stagioni. 
Se le puntate di Scooby Doo si concludono letteralmente con lo smascheramento del colpevole in cui l'identità del malintenzionato di turno viene rivelata e il mistero trova sempre una spiegazione razionale, alla fine degli episodi di Gravity Falls  le risposte sono soltanto parziali. Resta il punto interrogativo (non a caso onnipresente nella serie), la sensazione di una minaccia latente, qualcosa di indefinito e di irrisolto. Dopotutto il mistero fa quello che gli riesce meglio, aleggia restando inafferrabile.  

Anche se i segreti e i misteri costituiscono il filo conduttore della serie, i fenomeni assurdi che gravitano attorno alla cittadina non sono affatto le uniche preoccupazioni dei protagonisti. Mabel e Dipper sono alle prese con difficoltà ben più spaventose, ovvero tutte quelle complicazioni tipiche di quel periodo incasinato che segna il passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza. Le prime cotte, l'imbarazzo, i momenti di euforia e spensieratezza interrotti dal senso di disagio dell'essere quasi grandi, il desiderio di crescere, la paura dell'ignoto e al contempo l'entusiasmo di affrontarlo, lo scontro tra la fantasia e la realtà.

Gravity Falls è un vero omaggio alla fantasia, alla libertà espressiva, agli strumenti e ai linguaggi della creatività e soprattutto al divertimento che ne deriva. Non mancano citazioni al mondo del cinema, delle serie, della musica e dei videogiochi. I riferimenti alla cultura pop sono sempre intrecciati alla trama dell'episodio, arricchiscono e completano l'immaginario  dello show mescolando i toni della commedia, dell'horror, della fantascienza e delle storie di formazione rendendo la serie un repertorio inesauribile e sorprendente.
L'estate è alle porte e Gravity Falls racconta delle estati della giovinezza, dell'entusiasmo che ne accompagnava l'inizio e della nostalgia che ti lasciavano alla fine. Nel caso di Gravity Falls finire la seconda stagione non significa soltanto aver guardato l'ultimo episodio. Ti senti effettivamente di essere arrivato alla fine della stagione - alla fine dell'estate - quando è il momento di salutare le vacanze e gli amici con cui le hai vissute. Lungo la strada del ritorno ripensi a tutti i momenti che avete condiviso sperando con tutto il cuore di non perderli di vista.

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