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martedì 26 maggio 2020

Orientarsi con le stelle - Raymond Carver


Per favore non facciamo gli eroi” s’intitola una delle sezioni della raccolta ma è una preghiera estesa anche a tutte le altre. I protagonisti sono uomini mediocri con una spiccata propensione per l’autosabotaggio che rinunciano in partenza a fare gli eroi. Bevono troppo, tanto per cominciare. Se c’è da scegliere prendono puntualmente la decisione sbagliata. Se sbagliano senza volerlo se la danno a gambe o cercano in modo maldestro di rimediare con scarsi risultati. Se incappano in una tentazione cedono senza pensarci due volte. Non ci sono vite esemplari ma solo esistenze pericolanti di persone comuni con i loro progetti falliti, le loro occasioni perse e speranze frustrate. Molti di loro sono senza alcun talento, privi di ogni altra ambizione che non sia quella di cercare di sopravvivere in qualche modo. 


Vite minuscole raccontate rasoterra senza mai sfociare né nel cinismo né nel sentimentalismo. Quelle di Carver sono poesie che possono nascere tanto da un tramonto mozzafiato quanto da una pantofola vecchia, un posacenere usato o un telefono a gettoni che ha appena dato notizie di morte. Gli oggetti diventano relitti di presenze umane, racchiudono piccoli drammi e sprigionano storie. 


Come racconta sua moglie, a Carver l’etichetta di “minimalista” non è mai andata giù. Ha sempre notato come l’immediatezza del suo stile fosse spesso confusa con una semplificazione, come se la poesia per sua stessa definizione non potesse essere alla portata di tutti e dovesse necessariamente richiedere uno sforzo intellettuale di qualche tipo. Il suo è un lavoro di sottrazione attraverso una scelta accurata di parole tanto più generose quanto più distillate, quotidiane, al massimo del loro potenziale espressivo nella loro forma più elementare. Così vanno dritte dritte al cuore delle cose, spogliate da qualsiasi astuzia linguistica intacchi la loro limpidezza. “Niente trucchi da quattro soldi”, diceva lui. E sempre senza trucchi scrisse il suo Ultimo frammento inciso anche sulla sua tomba e che compare non a caso nei titoli di testa di Birdman: un bilancio lungo un istante di ciò che per lui (e forse per tutti, dopotutto) ha contato davvero.








giovedì 20 febbraio 2020

Gourmet - Jiro Taniguchi - Masayuki Qusumi

 

Il protagonista è un uomo sempre ben vestito di cui non si sa molto se non che per lavoro è costretto a spostarsi continuamente in ogni parte del Giappone e che ha una vera predilezione per il cibo. Noi lettori seguiamo il suo vagabondaggio alla ricerca di posti dove mangiare. Tutto contribuisce all’esperienza del pasto, non solo il piatto in sé; infatti sceglie accuratamente i luoghi per le sue soste preziose ascoltando e assecondando l’istinto del momento. Si ferma in posti di ogni genere, trattorie casalinghe dalla cucina tradizionale e genuina, chioschetti ambulanti avvistati tra la folla, conbini per improvvisati spuntini notturni, ristoranti rustici e chiassosi, localini tranquilli in vicoli silenziosi o su isolette lontane dalla frenesia della città dove il tempo pare essersi fermato. 



Da buona forchetta, anzi bacchetta, difficilmente si limita a una singola portata. Si lascia guidare dagli odori, dalla fragranza che ispirano certi aromi, dai vapori provenienti dalla cucina, dagli accostamenti cromatici degli ingredienti che vede sul menù o sbirciando ai tavoli degli altri clienti. Prende molto sul serio i consigli dell’oste quasi come se si trattasse di una questione di fiducia e di promesse di avvenimenti futuri. Mangia a sazietà, si lamenta sempre di aver esagerato e puntualmente non impara mai la lezione. Saziarsi, però, non è davvero il suo obiettivo, non l’unico almeno. I suoi pasti hanno un che di sacro, li vive con estrema concentrazione come se stesse celebrando un rito. All’inizio mi mancava quel senso di convivialità e aggregazione che associo al cibo. Poi, però, ho capito che per il protagonista, buongustaio solitario, i pasti sono degli appuntamenti con se stesso, sono il suo tempo per sé, pause dall’andirivieni quotidiano, momenti di forte intimità in cui ritrovarsi e poter indirizzare la sua mente dove vuole, seguendo indisturbato il filo dei suoi pensieri fino a perderlo. Il sapore del cibo si mescola a sentimenti agrodolci che emergono quando sensazioni e frammenti del passato si risvegliano assaporando certe fragranze. 
Memorie sfocate di conversazioni fatte tanti anni prima riaffiorano mentre scorre con attenzione il menù e ricordi appannati di momenti perduti fanno improvvisamente capolino da chissà quale angolo della memoria attraverso il fumo emanato dalle pietanze calde. Epifanie di un attimo e reminiscenze alla Proust solo che al posto della piccola ed elegante madeleine a forma di conchiglietta ci sono anche fagioli dolci, pollo fritto e frittelle di polpo. 


domenica 19 gennaio 2020

Non buttiamoci giù - Nick Hornby

È la notte di Capodanno e mentre tutti festeggiano, quattro sconosciuti con il morale sotto le suole si incontrano per caso sul tetto di un palazzo di Londra ribattezzato (per ovvi motivi) “La Casa dei Suicidi”, con il comune intento di farla finita. Accorgendosi di non essere gli unici seduti sul cornicione con i piedi penzoloni nel vuoto, costretti dall’impossibilità di ignorarsi a vicenda, iniziano una sorta di confessione collettiva. Si raccontano le loro storie personali e le circostanze che li hanno portati a voler compiere un gesto tanto estremo facendo a gara a chi sia il più miserabile e degno di essere compatito. Uno finisce perfino per inventarsi di sana pianta una malattia rara usando le iniziali dei Creedence Clearwater Revival, pensando che lo scioglimento della sua rock band e l’essere stato piantato dalla ragazza non fossero motivi all’altezza. 

Dopo gli iniziali contrasti dovuti alla paura di non essere capiti, cominciano pian piano a vedere la vita e le loro disgrazie con occhi diversi dai propri. La strampalata combriccola decide così di rimandare il proposito alla notte dei cuori infranti, San Valentino, il secondo giorno più quotato dell’anno per tirare le cuoia. Dopo quell’incontro di solitudini che ha scombinato i loro piani, nasce tra i quattro una bizzarra e terapeutica amicizia, più simile ad un gruppo di supporto stile The Breakfast Club che rende l’idea del suicidio una prospettiva non del tutto immotivata ma sempre meno preferibile al tener duro e mandare avanti la baracca. È un romanzo corale che ha per protagonisti personaggi per lo più stereotipati ma funzionali perché, com’è tipico di Hornby, l’intento è quello di raccontare i sentimenti e le fragilità di una generazione frustrata che si ribella a una vita che non rispecchia le aspettative e i protagonisti, con la loro precarietà emotiva, ne diventano i portavoce. 






lunedì 9 dicembre 2019

Undici solitudini - Richard Yates


Yates è un po' come quell'amico che senza giri di parole ti dice quelle verità scomode o spiacevoli che hai accuratamente accantonato nascondendole sotto il tappeto per tenerle lontano dagli occhi e dal cuore. 
Le sue sono storie difficilmente digeribili perché dà fastidio che qualcuno riporti a galla quelle verità e ti costringa a farci i conti. Ti ricorda gli aspetti più miserabili dell'esistenza senza toni assolutori né consolatori ma solo con una spietata onestà.
Undici solitudini è la raccolta di undici storie, declinazioni individuali di una comune solitudine. Sono drammi personali vissuti da personaggi che condividono solo l'incapacità di comunicare, le aspirazioni frustrate e un'infelicità troppo spesso smaltita ai banconi dei locali. C'è un bambino isolato dai compagni di classe. Maestre che con tutta la buona volontà di dedicarsi ai giovani allievi sono incapaci di comprendere le loro aspettative e non sanno farsi amare. C'è un rigido sergente che per dedizione al proprio ruolo temendo di perdere il rispetto dei suoi soldati non sa né vuole abbattere il muro di diffidenza che lo priva della loro simpatia. Una coppia di sposini timorosa di perdere le proprie amicizie e l'identità individuale. Due coniugi sprofondati nel mutismo postmatrimoniale. Una giovane moglie che con il marito malato cronico da troppo tempo pur amandolo ancora non sa sacrificargli, per dovere di fedeltà, un'insopprimibile voglia di vita e allegria. Un uomo che ha intuito il suo imminente licenziamento e va ad affrontare con dignità l'ultimo giorno di lavoro fingendosi sereno e indifferente frantumando una scatola di fiammiferi nascosta nella tasca per scaricare, silenziosamente, la tensione. Un musicista che patisce il confronto con uno più bravo di lui. Uno scrittore costretto a compromessi umilianti per sopravvivere. 
Anime in pena, vittime di esclusioni sociali o affettive, beffate da una vita che si rivela un'incessante corsa sul posto in un'incerta ricerca di uno spiraglio di luce e che sentendosi incomprese, si rendono, quasi per dispetto o per una patetica vendetta, incomprensibili.






domenica 1 settembre 2019

L'uomo che cammina - Jiro Taniguchi


In questo fumetto non succede nulla di eclatante.
C’è un uomo che cammina.

Il tempo è dilatato, segue il ritmo dei suoi passi lenti.

Il suo sguardo non ha fretta.

Osserva curioso le cose, assaporandole con gli occhi, sorridendo impercettibilmente quando scopre di ritrovarvi, con dolce malinconia, quelle sensazioni e quell’intimità che ci appartengono primariamente ma che spesso, nelle nostre corse affannose, ci sfuggono tra le dita.

Quest’uomo ha un’umanità traboccante ed è, per questo, commovente.







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