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sabato 18 febbraio 2023

Una cosa divertente che non farò mai più - David Foster Wallace



Una cosa divertente che non farò mai più è un reportage narrativo commissionato dalla rivista Harper’s a Wallace nel 1997. L'idea era quella di fargli scrivere un resoconto della sua settimana di crociera extralusso ai Caraibi ma l'incarico nelle mani di Wallace si estese diventando un diario di bordo personale in cui il racconto della crociera è uno spunto per parlare di tutta l'industria del divertimento, delle dinamiche sociali osservabili tra i passeggeri che soggiornano nel resort galleggiante ma soprattutto delle fragilità umane. 

Il titolo originale, A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again, rende meglio l'idea. Due parole sugli avverbi: Twain consigliava di ucciderli tutti («Se vedi un avverbio, uccidilo»), King non perde occasione per dire di starne lontani («Io credo che la via per l’inferno sia lastricata di avverbi»), insomma stanno spesso antipatici perché contengono spiegazioni in gran parte dei casi non necessarie e più che rafforzare i concetti li depotenziano. Mettiamo però per un momento da parte i condivisibili istinti omicidi nei loro confronti: questo è uno di quei rari casi in cui uccidere l'avverbio del titolo originale cambia la percezione di quello che il lettore troverà all'interno del libro. Quel supposedly anticipa lo sguardo ironico di Wallace che pervade tutto il racconto dell'esperienza, getta l'ombra sinistra del sospetto su quel divertimento preteso, programmato e studiato nei minimi dettagli, come se non dovesse lasciare via di scampo. 

A bordo della meganave infatti non manca davvero nulla. Ogni possibile svago è garantito. Campi da tennis, grandi piscine scintillanti, ristoranti a cinque stelle, spa e casinò, serate a tema, cibi succulenti e prelibatezze disponibili a ogni ora del giorno e della notte. A little bit of everything, all of the time. Ogni desiderio, ancor prima di palesarsi, viene esaudito. I passeggeri, coccolati e viziati, vengono assecondati in ogni loro capriccio con accudimento infantile. La noia, colei-che-non-deve-essere-nominata, è bandita (apathy's a tragedy and boredom is a crime). Il divertimento, come anticipato nella patinata brochure, non è una libera scelta. Ha l'aspetto di una promessa ma i toni di un ordine. Grande compito del direttore di crociera e del suo staff è di continuare a rassicurare tutti i passeggeri che TUTTI si stanno divertendo. Ogni ambiente è sorvegliato da camerieri efficientissimi e da esperti del benessere, personale disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per rendere la permanenza sul Nadir un'esperienza indimenticabile. 

Apparentemente è proprio quello che si potrebbe desiderare da un soggiorno di questo tipo, no? Ma cosa accade se cominci a notare i fili che muovono questo impeccabile sistema? Una volta che inizi a vedere la macchina e i suoi ingranaggi, godersi l'esperienza e basta diventa difficile perché i retroscena di quell'intrattenimento a tutti i costi, tanto esilaranti quanto grotteschi, vengono a galla. La sospensione dell'incredulità è un meccanismo delicato, da maneggiare con cura. Una volta scoperto il trucco, la magia non fa più effetto.

A ben vedere infatti a bordo del Nadir la perfezione e la professionalità sono portate così all'eccesso da risultare irreali e posticce. Passeggeri «perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando» accerchiati da un bombardamento di stimoli. Personale dalla velocità anfetaminica, sorrisi professionali ipertirati in una contrazione muscolare innaturale accompagnati da una condiscendenza ingiustificata e da una gentilezza talmente esagerata da apparire nauseante, a tratti inquietante. Pannelli extralucidi così puliti da non accorgersi della loro presenza. Se vai a caccia di un solo granello di polvere (e Wallace, calandosi nei panni di un detective con lente d'ingrandimento alla mano, lo ha fatto) non hai speranza di trovarlo. Cabine immacolate, sterilizzate e inodori: neanche il tempo di uscire e rientrare che subito ti ritrovi il letto militarmente rifatto con le lenzuola fresche e un cioccolatino alla menta al centro esatto del cuscino. A nulla sono serviti gli appostamenti di Wallace e le sue strampalate misure di controspionaggio per cogliere Petra, la mitica signora delle pulizie, sul fatto. Il mistero del cioccolatino resta irrisolto.
Il bagno della cabina diventa una sineddoche dell'intera faccenda, così incredibilmente lussuoso da farti venire i brividi. La luce è pensata per farti apparire allo specchio più bello di quello che sei, il water ad alto tiraggio esistenziale con il suo rumore breve ma traumatico, il portasapone costruito in modo da far restare la saponetta sempre asciutta riducendo al minimo quella fanghiglia che di solito si accumula, come se non fosse mai stata toccata prima.

Spingere lo sguardo dietro le quinte dello spettacolo è la specialità di Wallace. Non può fare a meno di sentire la presenza della regia invisibile che dirige quel divertimento preconfezionato, così come nelle interviste non riesce a fingere di non vedere il lato paradossale della situazione. 

Le descrizioni con la loro ricchezza di particolari e le torrenziali note a piè di pagina potrebbero far pensare che ci sia una sorta di autocompiacimento nell'avere questo sguardo potenziato con cui riuscire a vedere le cose da ogni angolazione, frutto di quella sensibilità esasperata che i critici chiamano realismo isterico". 
Wallace, però, non è lo scrittore che dall'alto della sua cabina d'avorio immacolata se ne sta a giudicare le dinamiche capronesche della vita di bordo immune ai suoi effetti. Si sente parte dello stesso gregge. Non c'è nessun vanto nell'avere quello sguardo fuori dal comune capace di rompere costantemente la quarta parete nella percezione del mondo. Per quanto invidiabile possa sembrarci, la consapevolezza stra-ordinaria delle cose che lo circondano è estenuante ed è vissuta da Wallace più come maledizione che come superpotere, più come fonte di disagio che come dote di cui andare fiero. Stiamo parlando di un uomo, in fondo. 

La genialità e la lungimiranza che tutti gli riconosciamo poggiano su paure sfiancanti e fragilità enormi. Quel tipo di paure che ti fanno restare chiuso in cabina invece di stare in mezzo alla gente e che ti fanno sparpagliare fogli di lavoro sul letto per dare l'impressione di avere troppo da fare" e tenerti pronto a giustificare così la tua solitudine. Quel tipo di fragilità che ti fanno indossare una bandana per impedire alla testa di esplodere e nascondere il sudore provocato dall'ansia. 
Prendiamo le note a piè di pagina. Gustosissime e divertenti (se pensate alle note come a parti respingenti, questo è il libro che potrebbe farvi cambiare idea). C'è un motivo però per cui non sono state messe alla fine ma a piè di pagina: per restituirci la loro invadenza. Sotto sotto non somigliano a quei pensieri intrusivi che nel bel mezzo di momenti presumibilmente piacevoli vengono a rovinarci la festa? Quei pensieri non aspettano, infatti se non avete ancora letto il libro e siete abituati ad aspettare il punto a fine frase prima di passare alle note, vi consiglio di leggerle appena si presentano perché ci chiedono volutamente di interrompere la lettura principale per farci sperimentare, una volta tornati a dove eravamo rimasti, la fatica di riprendere il filo dopo quella brusca interruzione. Dopotutto non funziona così la nostra mente quando deve destreggiarsi tra i pensieri indesiderati? È come se una seconda voce dentro di noi, una coscienza vigile e invadente, ci spingesse sempre a cercare la spiegazione o la fregatura che si nasconde dietro l'apparenza delle cose, a renderci conto della messinscena della vita alla Truman Show. Immaginatevi di dover convivere con quella voce nella testa. 

Per quanto sia un ritratto preciso della società americana, quelle raccontate in questo libro sono dinamiche tutte umane. A prescindere dalle loro possibili declinazioni, l'insaziabilità del desiderio, il senso di colpa che mascheriamo costruendo alibi di ogni tipo per giustificare i nostri bisogni, i vizi, l'horror vacui, la paura della solitudine e della morte sono debolezze che in qualche misura e in qualche modo coinvolgono tutti.

Dopotutto la scrittura di Wallace trabocca di umanità (è capace di raccontarla anche a partire da un paio di Converse arrivando a toccare i massimi sistemi). Gli esseri umani sono raccontati in tutta la loro - la nostra - natura controversa, buffa, assurda, patetica e schifosa, in tutti quegli aspetti che la nostra tendenza autoassolutoria preferisce censurare, per vigliaccheria, certo, ma anche per istinto di conservazione

Forse per questo è sempre così difficile tornare da Wallace perché ogni volta è come entrare in una casa degli specchi in cui siamo costretti a guardare il nostro riflesso ovunque ci voltiamo. Non c'è nessuno specchio a restituirci una versione migliore di noi, questa volta. Ci mostrano per come siamo, esseri fragili, imperfetti e a volte mediocri. Esseri umani nel bene e nel male. Wallace non perde occasione per ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca. Una barca alla deriva che fa acqua da tutte le parti ma che continua a galleggiare. 


giovedì 1 settembre 2022

Abbandonare un gatto - Murakami Haruki

Chissà perché scelgo un momento come questo
per ricordarmi di quella volta che mia zia mi prese da parte
 e mi disse: Quello che sto per dirti adesso
te lo ricorderai ogni giorno finché campi?

Ma l’unica cosa che ricordo è questa.

RAYMOND CARVER
A caccia (Blu oltremare)


La memoria è strana. Nonostante i tanti momenti significativi delle nostre vite, sono quelli più banali a volte a tornarci in mente. Forse più che tornare sono sempre stati lì, ai margini, e all'improvviso - per motivi che non è sempre chiaro precisare - vengono risvegliati. A volte basta poco per sollecitarli. Per Proust una madeleine intinta nel tè o un piede poggiato su un pavimento irregolare avevano il potere di rievocare attimi di vita che credeva di aver perso per sempre. Grazie a stimoli sensoriali e miracolose analogie della memoria, passato e presente finiscono per coincidere. Frammenti di vita trascorsa riaffiorano nel qui e ora restituendoci, per brevi preziosissimi istanti di eternità, il tempo perduto. 

«Che hai fatto in tutti questi anni, Noodles?»
«Sono andato a letto presto.»

C'era una volta in America - Sergio Leone

Altre volte non occorrono stimoli per richiamare il passato. Un bel giorno, o brutto a seconda dei casi, per delle misteriose coincidenze quei ricordi di vita lontana ti chiedono attenzione. 

Abbandonare un gatto comincia con un ricordo marginale. In un pomeriggio d'estate della sua infanzia Murakami e suo padre andarono ad abbandonare un gatto sulla spiaggia. L'episodio è rievocato in una manciata di pagine. È il titolo della storia senza esserne il fulcro, al massimo una miccia. Quel momento di poco conto apparentemente insignificante rimasto per anni in qualche zona d'ombra della memoria riaffiora e diventa l'occasione per parlare di suo padre, un uomo comune e al contempo eccezionale che studiava per diventare prete, scriveva haiku e si è ritrovato soldato per un errore burocratico. Una storia che si era tenuto dentro per molto tempo, come una spina rimasta in gola, in cui la vita microscopica di un uomo qualunque incrocia la Grande Storia.  

Sulla fascetta (quello spazio del libro in cui tutto può succedere, come potete vedere su Fascetta Nera), è scritto a caratteri cubitali che si tratta di un Murakami inedito". Per certi versi è così, chi ha letto altri libri dell'autore conosce la sua riservatezza, la sua reticenza nel parlare di sé (perlomeno apertamente), la sua voglia pari a zero di essere un personaggio pubblico.

Inevitabilmente sorprende, quindi, che abbia voluto condividere con i lettori qualcosa di così intimo e privato come la vita di suo padre, il rapporto che aveva con lui, il timore reverenziale che ha portato i non-detti tra di loro ad accumularsi fino a diventare incomprensioni così radicate da allontanarli.   

Illustrazione di Emiliano Ponzi
Per quanto la scelta di raccontarsi in sé possa apparire inedita", il modo in cui invece il racconto procede fa restare intatto quel riserbo che gli è sempre appartenuto. Da buon giapponese esprime le emozioni in modo contenuto, con una compostezza e sobrietà ai limiti del telegrafico. Antonietta Pastore, la sua traduttrice, dice che il cuore dei giapponesi ha delle tonalità diverse da quelle passionali degli italiani e questa è certamente una delle ragioni. Ma a ben vedere nel suo caso non si tratta solo di una riservatezza caratteriale e culturale. Anche se prova a raccontarne la persona, suo padre non fa eccezione rispetto ad altri protagonisti delle sue storie. C'è sempre qualcosa che aleggia attorno ai suoi personaggi che ci impedisce di decifrare le ragioni ultime che li muovono e conoscere i sentimenti più profondi che li animano o capirne la provenienza.

Burning (2018) di Lee Chang-dong basato sul racconto Granai incendiati 
contenuto nella raccolta 
L'elefante scomparso e altri racconti di Murakami.

Non importa quanto siano vicine, familiari o intime, le  persone agli occhi di Murakami sono come avvolte da un'aura di mistero, custodiscono una parte segreta che è possibile percepire in una certa misura ma che nella sua totalità resta sconosciuta. 
Mi domando se sia realmente possibile capire perfettamente un'altra persona. Anche quando ci sforziamo di conoscere qualcuno mettendoci tutto il tempo e la buona volontà possibili, in che misura possiamo cogliere la sua vera natura? Sappiamo ciò che è veramente essenziale riguardo a quell'altro che siamo convinti di comprendere tanto bene? 

                                                                                                  L'uccello che girava le viti del mondo 


Ecco quindi che quella compostezza dello stile deriva anche da una mancanza di elementi certi (ci sono date ed eventi che non tornano nella vita di suo padre insieme a qualche aneddoto dal dubbio significato) e una più generale sensazione che, per quanto ci si sforzi, ci sarà sempre in se stessi e negli altri un lato se non incomprensibile quantomeno sfuggente, una parte fatta di ombre e chiaroscuri.
A dire il vero, non sono neanche sicura che ci sia questo sforzo. In gran parte dei casi mi sembra più un sommesso tentativo di mettere insieme i pezzi di un puzzle senza la convinzione che nella scatola ci siano tutti i pezzi. 
Se avessi insistito, ho l’impressione che qualche spiegazione in più me l’avrebbe data. Ma c’era qualcosa – ­l’atmosfera di quel momento, o una qualche reticenza dentro di me – che me lo impedì.
Conoscere i suoi personaggi è un po' come calarsi in un pozzo profondissimo o come trovarsi in una grande stanza buia con un piccolo accendino in mano. Capisco quindi quei lettori che se apprezzano questo aspetto sospeso e indefinito nei suoi racconti fanno invece più fatica a digerirlo arrivati alla fine dei suoi romanzi. 

Illustrazione di Emiliano Ponzi
Abbandonare un gatto è forse troppo lungo per essere un racconto e decisamente troppo breve per essere un romanzo ma deve qualcosa a entrambi. È il viaggio a ritroso di un figlio che prova a far luce sulla vita di suo padre e sulle proprie radici.
Le storie sono come piccoli falò nelle caverne, ha detto Murakami una volta. Per quanto fioca sia quella luce, è l'unica a guidarlo nella sua ricerca tra le tenebre della memoria di una qualche forma di riconciliazione. 

sabato 30 luglio 2022

L'ultimo spettacolo - Larry McMurtry


Texas, inizio anni Cinquanta.
Thalia è una cittadina fantasma ai confini del deserto talmente piccola che 
non puoi starnutire senza che qualcuno ti offra un fazzoletto". C'è una sola strada ed è ricoperta dalla sabbia portata da un vento freddo e incessante ribattezzato dai locali Malinconia del nord, perché era davvero dura non intristirsi quando soffiava". Mucchi di cespugli rinsecchiti attraversano di tanto in tanto la carreggiata spinti dalle raffiche. L'unico movimento percepibile è quello delle luci lampeggianti del semaforo predisposto a regolare un traffico inesistente. Ma basta fissarle per qualche minuto per rendersi conto che quella ripetitiva alternanza di colori, in fondo, non è che un movimento apparente.
Non c'è niente da fare a Thalia se non immaginare di lasciarsela alle spalle un giorno e dirigersi altrove. Le vite dei suoi pochi abitanti scorrono lente tra partite di football poco entusiasmanti, una sala da biliardo polverosa con i muri scrostati, un caffè aperto tutta la notte e un cinema dismesso con una sala fatiscente che sta per chiudere i battenti.

The Last Picture Show" (1971) di Peter Bogdanovich.
Non accade nulla di memorabile in un posto come Thalia, una città mai neppure sfiorata dal sogno americano. C'è chi prova a diventare grande, senza una direzione o ambizioni particolari, e chi combatte l'avanzata inesorabile del tempo che consuma la città e le persone che la abitano.
Gli adulti convivono con la frustrazione dei sogni irrealizzati in balìa di malinconie e rimpianti per un passato che non può più tornare e che, forse, non è nemmeno mai esistito. Molti di loro sono rassegnati a una vita piatta e insoddisfacente, frutto di scelte ormai irrimediabili; c'è però chi in quei ricordi lontani ritrova una dolcezza ancora capace di infondere speranza e chi, stanco di autocommiserarsi, prova nel suo piccolo a darsi una seconda possibilità cercando qualcosa che riesca ad alleviare la solitudine. Qualcuno che possa farlo sentire compreso.
I giovani vivono il presente assecondando gli istinti del momento e trascorrono le loro giornate lasciandosi trascinare passivamente dall'inerzia in piccoli atti di ribellione e struggimenti senza convinzione per combattere la monotonia. Le loro bravate si rivelano deludenti, le loro trasgressioni non hanno nulla di rivoluzionario e finiscono solo per riempire il vuoto con altro vuoto. I diversivi che si danno per sopravvivere alla noia quotidiana, come le luci del semaforo, non sono altro che minime variazioni di un movimento illusorio sempre identico a se stesso e che torna ciclicamente al punto di partenza. 

L'America dei pionieri è finita, la guerra di Corea incombe e Thalia è una città morente simbolo di un mondo al tramonto e di un'epoca che sta per essere spazzata via insieme alla giovinezza di tre ragazzi prossimi al diploma.

Il cinema, un tempo luogo di ritrovo di vecchie e nuove generazioni, proietta il suo ultimo spettacolo prima di abbassare per sempre la saracinesca mentre fuori soffia il vento che trascina via i detriti.






domenica 17 luglio 2022

La leggenda del re pescatore - Terry Gilliam


La leggenda del re pescatore è un film del 1991 diretto da Terry Gilliam e scritto da Richard LaGravenese.

È la storia di Jack Lucas (Jeff Bridges), un conduttore radiofonico di successo che un giorno, sull’onda del suo sarcasmo spietato, spinge un ascoltatore che prende alla lettera le sue parole a commettere una strage in un ristorante di Manhattan. Venuto a sapere della tragedia, Jack precipita, giorno dopo giorno, in uno stato di depressione. Il suo senso di onnipotenza (all’inizio lo vediamo ballare The Power degli Snap! nel suo lussuoso appartamento) cede il posto alla convinzione di non valere più nulla per essere stato indirettamente responsabile della morte di persone innocenti.

La sua carriera è finita e, persa tutta la fiducia in se stesso, non riesce neppure a ricambiare i sentimenti della donna che gli sta accanto. Una notte, ossessionato dal senso di colpa e stordito dall’alcol, prova a farla finita ma quando sta per gettarsi nel fiume viene aggredito da due ragazzi che lo scambiano per un barbone. Proprio mentre stanno per dargli fuoco entra in scena Parry (Robin Williams), uno strambo senzatetto convinto di essere un cavaliere errante alla ricerca del Santo Graal che insieme alla sua banda di vagabondi porta Jack in salvo.

Anche Parry, come Jack, cerca di sfuggire al dolore, è tormentato dalle visioni di un terrificante Cavaliere Rosso che lo insegue ogni volta che ricorda la sua vita precedente. In fuga dai ricordi di un passato traumatico, si è costruito nella sua mente una New York incantata, popolata da gnomi, cavalieri e principesse. Convinto che Jack sia l’eletto, colui che lo aiuterà a conquistare il Santo Graal, lo trascina nella sua strampalata missione. All’inizio Jack è riluttante ma quando scopre di essere in parte responsabile della follia di Parry e della sua misera condizione decide di aiutarlo nella speranza di riscattarsi.


Sono moltissimi i temi toccati da questo film: l’amicizia, l’amore, la compassione, il trauma, l’accettazione del dolore, il perdono verso se stessi, l’alienazione dell’individuo in una realtà cupa e pietrificante, la solitudine di quella “gente invisibile” delle strade di New York (e del mondo intero) di cui racconta anche Will Eisner. Temi che comunicano tra loro attraverso una varietà di generi e registri (umorismo, dramma, grottesco, avventura, romanticismo).

Tra tutti, però, c'è un tema che mi sta particolarmente a cuore: 
il potere dell'immaginazione nella vita dell'uomo*.

(*Mi sembra un filo conduttore non solo di questo film ma in generale del cinema di Gilliam e della scrittura di LaGravenese. Si tratta del primo film diretto da Gilliam basato su una sceneggiatura non sua. Di lì a poco LaGravenese avrebbe scritto I ponti di Madison County di Clint Eastwood, L’uomo che sussurrava ai cavalli di Robert Redford, La piccola principessa di Alfonso Cuarón, tutti film in cui il tema si declina in varie forme mantenendo la sua centralità).

Il personaggio di Parry è un uomo segnato dal trauma della perdita. La sua mente per sfuggire alla sofferenza e al caos si rifugia in un mondo immaginario in cui c’è ancora spazio per grandi gesti, valori e sentimenti autentici, un luogo in cui è ancora possibile cercare un senso. Si tratta di una fuga dunque, un modo per esorcizzare e alleviare un dolore insopportabile altrimenti. Le sue visioni diventano la sua armatura per proteggersi dalla violenza e dalla brutalità di una realtà deludente, cupa e spietata.
La fantasia però non è solo un meccanismo di difesa o uno spazio sicuro in cui scappare quando la realtà così com’è è troppo dura da affrontare. Il bello di questo film è che non si limita a dare una sola versione dei fatti, ne mostra tutte le umane contraddizioni. L’immaginazione è un’arma a doppio taglio, miete le sue vittime quando taglia del tutto i ponti con l’esterno. Quando pretende di sostituire la vita può diventare follia, illusione, una trappola che imprigiona e isola l’individuo e che rende poi ancora più frustrante lo scontro con la realtà. Questa deriva è mostrata in tutti i suoi drammatici risvolti.

Eppure non è questa la prospettiva più tragica, sembra suggerire il film. Ben più spaventosa è una vita dominata dal cinismo, dalla rassegnazione, dall’indifferenza e dall’assenza di fiducia ed empatia (“In questa città nessuno guarda mai in alto”, dice Jeff Bridges in una scena del film). Non c’è peggior condanna per l’uomo di una vita priva di immaginazione.

Quando non chiude ogni canale di comunicazione con la realtà, l’immaginazione diventa la più preziosa e potente delle facoltà umane. È apertura, slancio, romanticismo, un antidoto contro l’aridità dello sguardo e dei sentimenti, una forza vitale e creativa che ci permette di entrare in connessione con gli altri, di trovare lo straordinario nell’ordinario, di vedere bellezza anche laddove sembrerebbe non essercene:
A volte si trovano cose bellissime nella spazzatura"

Lo sguardo amorevole di Parry è travolgente, contagioso, irradia una luce nuova sul mondo che lo circonda, una luce più calda e accogliente. Il frenetico viavai della Gran Central Station nell’orario di punta, al passaggio della donna di cui è innamorato che cammina tra la folla, si trasforma agli occhi sognanti di Parry in una danza, un carosello incantato in cui sconosciuti ballano in armonia l’uno con l’altro, come se non ci fosse niente di più naturale.

Questo momento di pace e di meraviglia dura solo pochi istanti scanditi dalle lancette dell’orologio. Non appena la donna scompare il valzer si scioglie, la musica svanisce e la folla torna a urtarsi con indifferenza mentre lo sguardo rapito di Parry (con quel misto di dolcezza e malinconia che porta il nome di Robin Williams) saluta quell’attimo fuggente.











domenica 19 giugno 2022

Gravity Falls - Alex Hirsch

Gravity Falls (2012) è una serie animata della Disney scritta da Alex Hirsch e composta da 2 stagioni e 40 episodi totali.

I gemelli Mabel e Dipper vengono mandati per le vacanze estive a Gravity Falls, una piccola cittadina dell’Oregon, a casa del prozio Stan. 

Più che di una casa, in realtà, si tratta di un grande baraccone in mezzo alla foresta adibito a museo/emporio per turisti creduloni che, affascinati dal mistero, sono disposti a pagare per vedere le stranezze messe in mostra da Stan e per comprare le cianfrusaglie che spaccia come oggetti imperdibili.

Il burbero prozio mette subito all’opera i nipoti, costringendoli a dargli una mano al negozio per mandare avanti la baracca. Ma proprio quando i due fratelli stanno per rassegnarsi a un’estate all’insegna della noia, Dipper trova nel bosco un libro scritto da un autore sconosciuto pieno di annotazioni su strane presenze e altri misteri che avvolgono la cittadina.

Ben presto i gemelli si renderanno conto che nulla è come sembra e che dietro la placida vita di provincia, si nasconde un luogo tutt’altro che normale. Nonostante l’apparenza tranquilla e ordinaria, Gravity Falls è l’epicentro di fenomeni bizzarri, una calamita per eventi inspiegabili che si intrecceranno sempre di più formando una fitta rete di misteri. Episodio dopo episodio, Dipper e Mabel indagheranno sui segreti della cittadina e dei luoghi in cui si svolge la vita dei suoi strambi abitanti. 


Riassunta così la trama, potrebbe sembrare una serie come tante altre. Una sorta di Scooby Doo in cui i protagonisti si trovano coinvolti di volta in volta in situazioni enigmatiche che alla fine di ogni puntata trovano la loro risoluzione. E, in un certo senso, c'è anche questo nello show. Ma c'è qualcosa di profondamente diverso in Gravity Falls. Per quanto ogni puntata sia autoconclusiva e costituisca un'avventura a sé stante, piano piano, oltre alla trama verticale di ogni episodio, si costruisce una trama orizzontale complessa e difficile da decifrare. Ogni episodio nasconde degli indizi - anche dove non ce li si aspetta - ed è un piccolo tassello di un puzzle che sarà completo solo alla fine delle due stagioni. 
Se le puntate di Scooby Doo si concludono letteralmente con lo smascheramento del colpevole in cui l'identità del malintenzionato di turno viene rivelata e il mistero trova sempre una spiegazione razionale, alla fine degli episodi di Gravity Falls  le risposte sono soltanto parziali. Resta il punto interrogativo (non a caso onnipresente nella serie), la sensazione di una minaccia latente, qualcosa di indefinito e di irrisolto. Dopotutto il mistero fa quello che gli riesce meglio, aleggia restando inafferrabile.  

Anche se i segreti e i misteri costituiscono il filo conduttore della serie, i fenomeni assurdi che gravitano attorno alla cittadina non sono affatto le uniche preoccupazioni dei protagonisti. Mabel e Dipper sono alle prese con difficoltà ben più spaventose, ovvero tutte quelle complicazioni tipiche di quel periodo incasinato che segna il passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza. Le prime cotte, l'imbarazzo, i momenti di euforia e spensieratezza interrotti dal senso di disagio dell'essere quasi grandi, il desiderio di crescere, la paura dell'ignoto e al contempo l'entusiasmo di affrontarlo, lo scontro tra la fantasia e la realtà.

Gravity Falls è un vero omaggio alla fantasia, alla libertà espressiva, agli strumenti e ai linguaggi della creatività e soprattutto al divertimento che ne deriva. Non mancano citazioni al mondo del cinema, delle serie, della musica e dei videogiochi. I riferimenti alla cultura pop sono sempre intrecciati alla trama dell'episodio, arricchiscono e completano l'immaginario  dello show mescolando i toni della commedia, dell'horror, della fantascienza e delle storie di formazione rendendo la serie un repertorio inesauribile e sorprendente.
L'estate è alle porte e Gravity Falls racconta delle estati della giovinezza, dell'entusiasmo che ne accompagnava l'inizio e della nostalgia che ti lasciavano alla fine. Nel caso di Gravity Falls finire la seconda stagione non significa soltanto aver guardato l'ultimo episodio. Ti senti effettivamente di essere arrivato alla fine della stagione - alla fine dell'estate - quando è il momento di salutare le vacanze e gli amici con cui le hai vissute. Lungo la strada del ritorno ripensi a tutti i momenti che avete condiviso sperando con tutto il cuore di non perderli di vista.

giovedì 9 giugno 2022

Le otto montagne - Paolo Cognetti



Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand’ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sì, parla proprio di questo.

Sulle cime delle montagne a volte si trovano dei taccuini consumati dalla pioggia e dal sole chiamati quaderni di vetta" su cui i viaggiatori lasciano traccia del loro passaggio: messaggi per chi ancora non è arrivato, nomi, date, sentieri percorsi, tempo impiegato, disegni e preghiere personali che formano una sorta di diario collettivo. Le otto montagne racconta delle tracce che ci lasciamo dietro e dell’eredità umana che affidiamo alle persone che abbiamo conosciuto.

È la storia di un’amicizia che nasce nell'estate del 1984 tra Pietro, un ragazzo di città che va a trascorrere le vacanze in un piccolo villaggio alpino ai piedi del Monte Rosa insieme ai suoi genitori, e Bruno suo coetaneo che invece in montagna ci abita da sempre e non conosce realtà all’infuori di quella. Per Pietro, cresciuto con i libri di Stevenson e London, la montagna è il luogo dell’avventura e della scoperta. Mentre trascorre le giornate con il suo amico montanaro rivede in lui uno spirito simile a quello dei personaggi conosciuti tra le pagine dei suoi libri preferiti, un’integrità e una purezza che non aveva mai incontrato altrove. Per Bruno, invece, la montagna è lo scenario di una vita scandita dal duro lavoro del pascolo e dai ritmi dettati dalla natura, è il mondo a cui appartiene e che in qualche modo custodisce svelandone a Pietro il linguaggio segreto.
Pietro va e viene, Bruno invece è quello che resta. Sono due modi molto diversi di vivere un luogo che però li accomuna, li unisce. La loro amicizia nasce e si consolida nel corso delle estati della loro infanzia quando Pietro inizia a camminare per i boschi con suo padre (“la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”), un uomo ombroso sempre un po’ a corto di parole.
Tra esplorazioni di baite abbandonate, vecchi ruderi, torrenti e sentieri impervi, coltivano un sentimento che travalicherà i decenni attraversando le stagioni diverse della loro vita.

Mattone dopo mattone, costruiscono un legame senza tempo fatto di partenze, ritorni, confidenze sussurrate e lunghe assenze.

Potrebbe sembrare un romanzo sulla nostalgia dell’infanzia perduta e non manca di certo quel genere di toni: per Pietro adulto la montagna diventerà un posto a cui fare ritorno per fare visita a ciò che si è stati e per ritrovare le proprie radici. Ma rifugiarsi nei ricordi è solo una tappa del percorso del protagonista. Crescendo (non senza fatica) la vita gli darà modo di fare i conti con quel passato,  decifrarlo e farci pace per andare avanti e proseguire il lungo viaggio alla ricerca di sé, con una parte di sentiero percorso alle spalle e una parte ancora tutta da scoprire davanti agli occhi.
E con accanto, sempre, un amico.
A dicembre 2022 uscirà il film interpretato da Alessandro Borghi e Luca Marinelli 





Quando ho cominciato a leggere questo libro ho provato uno strano senso di familiarità che paradossalmente più che aiutarmi a entrare nella storia mi ha portata a restare sulla soglia per un po'. La familiarità di cui parlo non aveva nulla a che fare con i luoghi o i personaggi raccontati. Non direttamente, almeno. Era una sensazione simile a quando arrivi in un posto per la prima volta ma ti sembra di esserci già stato, anche se sai che non è così. Come se ogni pagina mi ricordasse, tra le righe, tu sei già stata qui. Avete presente quando avete qualcosa sulla punta della lingua e la vostra mente è troppo concentrata a recuperare quell'informazione per proseguire il discorso? Ecco, ero troppo presa dal domandarmi da dove provenisse quella sensazione per riuscire a godermi davvero la storia. Nel frattempo proseguivo, ma più come osservatrice esterna, sperando di racimolare qualche indizio in più per capire l'origine di quell'affinità immediata. 
Era un po' come provare a razionalizzare un colpo di fulmine. Arrivata a un certo punto ho quasi smesso di pensarci ed è stato lì che mi sono resa conto che la scrittura di Cognetti era talmente limpida e trasparente da riuscire a vedere attraverso le pagine del suo libro le pagine di altri libri. Nella sua scrittura risuonano le sue letture, le parole care ai suoi scrittori preferiti, le storie a cui è affezionato, storie a cui anche io sono legata, per questo mi sembrava di esserci già stata. 

Cognetti riesce a mio parere a inserirsi con umiltà e coraggio in un sentiero già percorso da altri autori imprimendo la sua personalissima impronta. Delle sue ispirazioni non fa mai mistero e, anzi, non perde occasione per parlarne e condividerle. D'altronde le storie - di qualsiasi natura esse siano - generano storie.

Seguire le orme degli scrittori che lo hanno ispirato (nelle scelte di vita oltre che nella scrittura) è stato anche motivo di un viaggio dalle Alpi all'Alaska, attraverso i luoghi di Hemingway, Carver, London, Thoreau, Melville e le terre selvagge di Chris McCandless. 



     

L'esperienza vissuta insieme all'amico Nicola Magrin (autore, tra le altre cose, della copertina del suo romanzo, delle copertine dei libri di Primo Levi e di quella del Richiamo della Foresta) è raccontata nel documentario Sogni di Grande Nord (2020).

mercoledì 25 maggio 2022

Creepshow - Stephen King, Wrightson

Creepshow è una raccolta di cinque racconti macabri e grotteschi tratti dall’omonimo film a episodi del 1982, diretto da George A. Romero e scritto da Stephen King, ispirato allo stile e al linguaggio narrativo degli E.C. Comics degli anni Cinquanta. I protagonisti sono personaggi dalla dubbia morale che si ritrovano faccia a faccia con le mostruose conseguenze delle loro malefatte. 
Sono storie di vendette, rancori, gelosie e avidità in cui la parte più oscura dell’essere umano assume forme raccapriccianti. Ma - in perfetto stile King - non sono tanto i mostri, gli scheletri o le altre orribili creature rappresentate a terrorizzare il lettore, ciò che lo inquieta nel profondo è la sensazione di riuscire suo malgrado a immedesimarsi con terribile facilità in quei vizi e quelle debolezze tutte umane che portano i personaggi alla rovina. 
L'essere orripilante da cui ciascun protagonista è tormentato altro non è che l’incarnazione mostruosa della sua paura più recondita, la sua fantasia più crudele, il motivo che lo tiene sveglio la notte o il pensiero ossessivo degli errori commessi in passato che gli impedisce di vivere il presente.
 
1) Father’s Day (La festa del papà) racconta la storia dei Grantham, una famiglia di cinici ereditieri che si riuniscono nel salotto della loro sfarzosa villa di campagna per ricordare la dipartita dell'autoritario capofamiglia, morto in circostanze sospette. Ma le colpe del passato e i segreti di famiglia che credevano di aver sepolto per sempre si fanno vivi, di nuovo.

2) The Lonesome Death of Jordy Verrill (La morte solitaria di Jordy Verrill) è una storia che prende ispirazione dal racconto Il colore venuto dallo spazio di H.P. Lovecraft e dalla canzone The Lonesome Death of Hattie Carroll di Bob Dylan.

In una notte d'estate, un contadino vede precipitare nei campi della sua fattoria un meteorite. Sconvolto e incuriosito dall'inaspettato episodio, si avvicina alla meteora fantasticando sulla possibilità di rivenderla all'università locale per ricavarne qualcosa ma il contatto con il misterioso oggetto caduto dal cielo scatena in lui un'infezione irreversibile. 


3) The Crate (La cassa): il custode di un college ritrova nel sottoscala della facoltà di scienze una cassa di legno proveniente dalle regioni artiche che sembra risalire al XIX secolo. Sorpreso dalla fortuita scoperta, chiama il professor Stanley per tirare fuori la cassa e analizzarla in laboratorio. Pur essendo convinti di trovarvi solo vecchie riviste e cianfrusaglie, i due uomini non resistono alla tentazione di aprirla ma la cosa rinchiusa al suo interno va oltre ogni loro immaginazione o spiegazione scientifica. Il professor Stanley non crede ai suoi occhi e sconvolto dagli avvenimenti successivi chiede aiuto al suo migliore amico Henry per sbarazzarsi della cassa. Ma anche Henry ha i suoi mostri da combattere e decide di approfittare dell'assurda situazione per vendicarsi delle continue umiliazioni della moglie Wilma che non fa altro che deriderlo e sminuirlo castrando ogni sua iniziativa. 


4) Something to Tide You Over (Di mare in peggio) racconta di un marito tradito che per punire la moglie infedele e il suo amante organizza una sadica vendetta: sotterra i due amanti in spiaggia in riva al mare a chilometri di distanza l'uno dall'altra, lasciando fuori dalla sabbia solo la loro testa come David Bowie in Furyo.

Montati due monitor e una videocamera, li costringe a guardarsi annegare lentamente, onda dopo onda, al sopraggiungere dell'alta marea, mentre lui si gode l'atroce spettacolo dal salotto di casa.

Quello che però l'uomo dimentica è che il mare, prima o poi, restituisce tutto.

5) They're Creeping Up on You (Ti infestano) segna la discesa definitiva nei meandri più oscuri della mente umana. Il protagonista è il signor Pratt, un uomo d'affari senza scrupoli e maniaco dell'igiene che vive in un appartamento immacolato all'ultimo piano di un grattacielo in cui amministra il suo impero economico. La condotta spietata nei confronti degli avversari e l'impietoso trattamento riservato ai suoi sottoposti lo costringono a una vita da eremita, al riparo dall'odio del prossimo, in un attico controllato con serrature elettriche e telecamere di sorveglianza.

Una sera, mentre il signor Pratt armato di insetticida e guanti in lattice è alle prese con gli scarafaggi che infestano il suo appartamento, un blackout colpisce la città. L'uomo si ritrova solo, al buio, impotente, circondato dagli insetti che si moltiplicano a dismisura.









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