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foto tattica che nasconde il minaccioso ma non immotivato spessore delle sue milleduecentottanta pagine (scritto a lettere rende meglio l'idea) |
In certi romanzi-fiume la corrente è troppo forte per riuscire a soffermarsi su questo o quello. Nel caso di Infinite Jest prima di cominciare conviene fare un bel respiro e tenersi pronti a restare in apnea fino alla fine. Di solito i tentativi di leggerlo sono più di uno perché a volte non si prende fiato abbastanza. La tentazione di allontanarsene ogni tanto si fa sentire ma non è così semplice una volta che ci sei dentro. Finisci per pensarci anche quando non lo stai leggendo, ti risucchia quasi contro la tua volontà. È un vero tsunami di roba e quando a Wallace chiesero che cosa ci facesse tutta quella roba nel suo libro lui rispose: “è semplicemente il tessuto del mondo in cui vivo”.
Si racconta di un’America assuefatta dalla Dipendenza in tutte le sue forme, dalla Droga dell’Intrattenimento sfrenato e compulsivo che fa piombare gli uomini in uno stato d’ipnosi collettiva, come se fossero tutti in un limbo, sotto incantesimo, martellati senza sosta da slogan pubblicitari, bombardati e inebriati da stimoli che monopolizzano la loro attenzione. Le infinite opzioni che hanno a disposizione invece di aumentare la loro possibilità di scelta finiscono per renderli inermi e paralizzati, come se delle funi li strattonassero con forza verso tante, troppe, direzioni. Il loro libero arbitrio e la responsabilità che ne deriva cedono il posto a rassicuranti azioni automatiche “scelte per loro” riducendoli a una condizione di assonnata passività.

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