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venerdì 4 dicembre 2020

Il bosco degli urogalli - Mario Rigoni Stern

 

“Cos’è per lei la preghiera?”, chiesero una volta a Rigoni Stern. “Stare in un bosco da solo”, rispose senza pensarci due volte.

 

In questa raccolta di racconti si respira aria pulita di montagna, profumo di resina e polenta. Accadono cose fuori dalla visuale del lettore che però può, con la sua immaginazione, riuscire a percepirle. L'immaginazione non è abbandonata a se stessa: è una scrittura sensoriale che incoraggia a leggere con i sensi vigili e disponibili, a tenersi pronti con gli occhi ben aperti, le orecchie tese e le narici dilatate a cogliere le sensazioni di quello che, da qualche parte, sta avvenendo. Come i bambini svegli nei loro letti che ascoltano i rumori della casa seguendo con la fantasia i movimenti di chi è già in piedi. Sono racconti capaci di far sentire il freddo gelido dei boschi innevati e il calore confortevole delle case dai camini fumanti con le finestre appannate dai vapori delle cucine. 

I protagonisti sono uomini che vanno per i boschi, reduci eternamente marchiati da una guerra che non risparmia nessuno, torturati dal pensiero dei nemici che hanno ucciso e dal rimpianto per gli amici che non hanno salvato. Per anni hanno sognato solo di sentire ancora una volta l’odore familiare della propria casa e, quando finalmente ritornano, si guardano attorno osservando i luoghi di sempre come se li stessero vedendo per la prima volta. Quando sono in compagnia perlopiù fanno delle cose insieme ma senza parlarsi, seguendo ognuno il filo dei propri pensieri. Molti di loro aspettano l’alba impazienti di andare a caccia. A volte tornano a mani vuote ma ristorati nel cuore perché la giornata in solitudine nei boschi è stata un’occasione per sentirsi parte di qualcosa di più grande. 

Il cacciatore e gli animali selvatici condividono una disposizione simile, si mettono in ascolto reciproco. Entrambi si muovono guardinghi, attenti a cogliere ogni minima traccia o segnale della presenza dell’altro. Un singolo rumore, un ramo che scricchiola o un passo, anche se attutito dalla neve, può essere fatale. E poi ci sono uomini che restano in casa e, tra una boccata di pipa e un'altra, fissano il bosco fuori dalla finestra in attesa di un ritorno. 




venerdì 20 novembre 2020

Gli equinozi - Cyril Pedrosa


Durante gli equinozi naturali il giorno è lungo quanto la notte, come se il mondo trovasse un equilibrio perfetto tra luce e tenebre. Gli equinozi dell'esistenza sono quei momenti-soglia, di transizione, in cui ci si trova sospesi nel perfetto equilibrio creato da qualcosa che finisce e qualcosa che inizia. Un equilibrio dinamico, quindi, che non ha niente a che fare con la staticità ma che, al contrario, ha origine proprio dal movimento, dal progressivo e armonico passaggio da una fase a un'altra, come per i cicli naturali.
Si tratta di una storia corale divisa in quattro atti, ciascuno dei quali, come in La La Land, è dedicato a una stagione.
Una delle protagoniste è una giovane donna che vaga tra le strade della sua città fotografando i volti degli sconosciuti in cui casualmente si imbatte o a cui si avvicina di proposito attratta dallo smarrimento dei loro occhi. 
Attraverso i suoi scatti rubati, osservando i dettagli dei volti, prova a percepire qualche stralcio della loro vita, cercando nel frattempo di dare un senso alla propria. Non pretende di svelare con la sua immaginazione i misteri imperscrutabili che si nascondono nei mondi interiori degli individui che fotografa ma immortalare i loro sguardi e immaginarne la storia trasformandoli in parole, racconti o sensazioni è il suo personale esercizio di empatia, una sorta di affinamento e potenziamento dello sguardo con cui osserva il mondo e si relaziona al prossimo.
Quelle storie se le immagina in bianco e nero come se dopo ogni scatto si sentisse trascinata in un luogo troppo profondo per riuscire a percepire la luce. Per il resto, a ciascuna delle quattro stagioni è resa giustizia attraverso i colori e le sfumature che più la rappresentano.
 




martedì 20 ottobre 2020

L'Olmo e altri racconti - Jiro Taniguchi, Ryuichiro Utsumi


Piccoli frammenti di vita fatti di incontri, perdite e ritrovamenti, di affetto negato o regalato che, senza essere espresso, traspare. 

Sono storie genuine sul difficile rapporto dell'uomo con il proprio passato e con quei legami che il trascorrere del tempo inevitabilmente muta, allenta o cementa. Brevi racconti che, simili ad epifanie di un attimo, aprono spiragli da cui sbirciare il volto meno colorato e appariscente della società giapponese. Il suo lato più oscuro e drammatico risiede in quelle silenziose esistenze individuali sommerse da norme sociali che spezzano le ali alla spontaneità e che soffocano la sfera emotiva del singolo sacrificando, così, le sue esigenze in nome del benessere della collettività.


Ed ecco che un vecchio albero che d'autunno perde le sue foglie intasando le grondaie dei vicini e rischiando di dover essere abbattuto per il quieto vivere, ci ricorda la relazione con ciò che è più grande di noi e che torna instancabilmente, dopo ogni inverno, a fiorire con la stessa ciclicità con cui si risvegliano quei sentimenti che credevamo svaniti e che invece erano solo sepolti.


 

martedì 26 maggio 2020

Orientarsi con le stelle - Raymond Carver


Per favore non facciamo gli eroi” s’intitola una delle sezioni della raccolta ma è una preghiera estesa anche a tutte le altre. I protagonisti sono uomini mediocri con una spiccata propensione per l’autosabotaggio che rinunciano in partenza a fare gli eroi. Bevono troppo, tanto per cominciare. Se c’è da scegliere prendono puntualmente la decisione sbagliata. Se sbagliano senza volerlo se la danno a gambe o cercano in modo maldestro di rimediare con scarsi risultati. Se incappano in una tentazione cedono senza pensarci due volte. Non ci sono vite esemplari ma solo esistenze pericolanti di persone comuni con i loro progetti falliti, le loro occasioni perse e speranze frustrate. Molti di loro sono senza alcun talento, privi di ogni altra ambizione che non sia quella di cercare di sopravvivere in qualche modo. 


Vite minuscole raccontate rasoterra senza mai sfociare né nel cinismo né nel sentimentalismo. Quelle di Carver sono poesie che possono nascere tanto da un tramonto mozzafiato quanto da una pantofola vecchia, un posacenere usato o un telefono a gettoni che ha appena dato notizie di morte. Gli oggetti diventano relitti di presenze umane, racchiudono piccoli drammi e sprigionano storie. 


Come racconta sua moglie, a Carver l’etichetta di “minimalista” non è mai andata giù. Ha sempre notato come l’immediatezza del suo stile fosse spesso confusa con una semplificazione, come se la poesia per sua stessa definizione non potesse essere alla portata di tutti e dovesse necessariamente richiedere uno sforzo intellettuale di qualche tipo. Il suo è un lavoro di sottrazione attraverso una scelta accurata di parole tanto più generose quanto più distillate, quotidiane, al massimo del loro potenziale espressivo nella loro forma più elementare. Così vanno dritte dritte al cuore delle cose, spogliate da qualsiasi astuzia linguistica intacchi la loro limpidezza. “Niente trucchi da quattro soldi”, diceva lui. E sempre senza trucchi scrisse il suo Ultimo frammento inciso anche sulla sua tomba e che compare non a caso nei titoli di testa di Birdman: un bilancio lungo un istante di ciò che per lui (e forse per tutti, dopotutto) ha contato davvero.








giovedì 20 febbraio 2020

Gourmet - Jiro Taniguchi - Masayuki Qusumi

 

Il protagonista è un uomo sempre ben vestito di cui non si sa molto se non che per lavoro è costretto a spostarsi continuamente in ogni parte del Giappone e che ha una vera predilezione per il cibo. Noi lettori seguiamo il suo vagabondaggio alla ricerca di posti dove mangiare. Tutto contribuisce all’esperienza del pasto, non solo il piatto in sé; infatti sceglie accuratamente i luoghi per le sue soste preziose ascoltando e assecondando l’istinto del momento. Si ferma in posti di ogni genere, trattorie casalinghe dalla cucina tradizionale e genuina, chioschetti ambulanti avvistati tra la folla, conbini per improvvisati spuntini notturni, ristoranti rustici e chiassosi, localini tranquilli in vicoli silenziosi o su isolette lontane dalla frenesia della città dove il tempo pare essersi fermato. 



Da buona forchetta, anzi bacchetta, difficilmente si limita a una singola portata. Si lascia guidare dagli odori, dalla fragranza che ispirano certi aromi, dai vapori provenienti dalla cucina, dagli accostamenti cromatici degli ingredienti che vede sul menù o sbirciando ai tavoli degli altri clienti. Prende molto sul serio i consigli dell’oste quasi come se si trattasse di una questione di fiducia e di promesse di avvenimenti futuri. Mangia a sazietà, si lamenta sempre di aver esagerato e puntualmente non impara mai la lezione. Saziarsi, però, non è davvero il suo obiettivo, non l’unico almeno. I suoi pasti hanno un che di sacro, li vive con estrema concentrazione come se stesse celebrando un rito. All’inizio mi mancava quel senso di convivialità e aggregazione che associo al cibo. Poi, però, ho capito che per il protagonista, buongustaio solitario, i pasti sono degli appuntamenti con se stesso, sono il suo tempo per sé, pause dall’andirivieni quotidiano, momenti di forte intimità in cui ritrovarsi e poter indirizzare la sua mente dove vuole, seguendo indisturbato il filo dei suoi pensieri fino a perderlo. Il sapore del cibo si mescola a sentimenti agrodolci che emergono quando sensazioni e frammenti del passato si risvegliano assaporando certe fragranze. 
Memorie sfocate di conversazioni fatte tanti anni prima riaffiorano mentre scorre con attenzione il menù e ricordi appannati di momenti perduti fanno improvvisamente capolino da chissà quale angolo della memoria attraverso il fumo emanato dalle pietanze calde. Epifanie di un attimo e reminiscenze alla Proust solo che al posto della piccola ed elegante madeleine a forma di conchiglietta ci sono anche fagioli dolci, pollo fritto e frittelle di polpo. 


domenica 19 gennaio 2020

Non buttiamoci giù - Nick Hornby

È la notte di Capodanno e mentre tutti festeggiano, quattro sconosciuti con il morale sotto le suole si incontrano per caso sul tetto di un palazzo di Londra ribattezzato (per ovvi motivi) “La Casa dei Suicidi”, con il comune intento di farla finita. Accorgendosi di non essere gli unici seduti sul cornicione con i piedi penzoloni nel vuoto, costretti dall’impossibilità di ignorarsi a vicenda, iniziano una sorta di confessione collettiva. Si raccontano le loro storie personali e le circostanze che li hanno portati a voler compiere un gesto tanto estremo facendo a gara a chi sia il più miserabile e degno di essere compatito. Uno finisce perfino per inventarsi di sana pianta una malattia rara usando le iniziali dei Creedence Clearwater Revival, pensando che lo scioglimento della sua rock band e l’essere stato piantato dalla ragazza non fossero motivi all’altezza. 

Dopo gli iniziali contrasti dovuti alla paura di non essere capiti, cominciano pian piano a vedere la vita e le loro disgrazie con occhi diversi dai propri. La strampalata combriccola decide così di rimandare il proposito alla notte dei cuori infranti, San Valentino, il secondo giorno più quotato dell’anno per tirare le cuoia. Dopo quell’incontro di solitudini che ha scombinato i loro piani, nasce tra i quattro una bizzarra e terapeutica amicizia, più simile ad un gruppo di supporto stile The Breakfast Club che rende l’idea del suicidio una prospettiva non del tutto immotivata ma sempre meno preferibile al tener duro e mandare avanti la baracca. È un romanzo corale che ha per protagonisti personaggi per lo più stereotipati ma funzionali perché, com’è tipico di Hornby, l’intento è quello di raccontare i sentimenti e le fragilità di una generazione frustrata che si ribella a una vita che non rispecchia le aspettative e i protagonisti, con la loro precarietà emotiva, ne diventano i portavoce. 






lunedì 9 dicembre 2019

Undici solitudini - Richard Yates


Yates è un po' come quell'amico che senza giri di parole ti dice quelle verità scomode o spiacevoli che hai accuratamente accantonato nascondendole sotto il tappeto per tenerle lontano dagli occhi e dal cuore. 
Le sue sono storie difficilmente digeribili perché dà fastidio che qualcuno riporti a galla quelle verità e ti costringa a farci i conti. Ti ricorda gli aspetti più miserabili dell'esistenza senza toni assolutori né consolatori ma solo con una spietata onestà.
Undici solitudini è la raccolta di undici storie, declinazioni individuali di una comune solitudine. Sono drammi personali vissuti da personaggi che condividono solo l'incapacità di comunicare, le aspirazioni frustrate e un'infelicità troppo spesso smaltita ai banconi dei locali. C'è un bambino isolato dai compagni di classe. Maestre che con tutta la buona volontà di dedicarsi ai giovani allievi sono incapaci di comprendere le loro aspettative e non sanno farsi amare. C'è un rigido sergente che per dedizione al proprio ruolo temendo di perdere il rispetto dei suoi soldati non sa né vuole abbattere il muro di diffidenza che lo priva della loro simpatia. Una coppia di sposini timorosa di perdere le proprie amicizie e l'identità individuale. Due coniugi sprofondati nel mutismo postmatrimoniale. Una giovane moglie che con il marito malato cronico da troppo tempo pur amandolo ancora non sa sacrificargli, per dovere di fedeltà, un'insopprimibile voglia di vita e allegria. Un uomo che ha intuito il suo imminente licenziamento e va ad affrontare con dignità l'ultimo giorno di lavoro fingendosi sereno e indifferente frantumando una scatola di fiammiferi nascosta nella tasca per scaricare, silenziosamente, la tensione. Un musicista che patisce il confronto con uno più bravo di lui. Uno scrittore costretto a compromessi umilianti per sopravvivere. 
Anime in pena, vittime di esclusioni sociali o affettive, beffate da una vita che si rivela un'incessante corsa sul posto in un'incerta ricerca di uno spiraglio di luce e che sentendosi incomprese, si rendono, quasi per dispetto o per una patetica vendetta, incomprensibili.






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