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martedì 7 dicembre 2021

Green Manor - Denis Bodart e Fabien Vehlmann

 

Il Green Manor è un elegante club londinese frequentato da alcuni tra i più alti esponenti dell’aristocrazia inglese. Nel suo salone principale, sprofondati nelle sue comode poltrone di pelle accanto a un caminetto sempre acceso e scoppiettante, si ritrovano la sera dei gentlemen annoiati con una grande passione per i sigari, il brandy e l’omicidio. Affascinati dal mistero, sotto lo sguardo discreto dei maggiordomi, passano il tempo a raccontarsi i delitti più strani e misteriosi. Enigmi senza soluzione apparente, omicidi occasionali o seriali studiati a tavolino, altri sfociati in bizzarri incidenti per un capriccio del caso. Alcuni concepiti per puro intrattenimento, sfoggio d’ingegno o scopo scientifico, altri per orgoglio, vendetta o rancore covato troppo a lungo. C’è chi ne è stato testimone, chi protagonista, chi mandante, chi esecutore e chi addirittura vittima inconsapevole.

Il Green Manor, con le sue pareti tanto spesse da custodire al suo interno i segreti più oscuri, diventa il covo di detective e assassini uniti da una comune attrazione per il delitto perfetto, chi nel commetterlo, chi nel risolverlo. Gli istinti viscerali e la logica più raffinata si intrecciano al punto da diventare un divertente rompicapo per le menti più acute. In alcuni casi non è l’identità dell’assassino ad essere insospettabile ma il suo movente. Le azioni umane sembrano dettate da ragioni bizzarre e stravaganti, assurde e insondabili a volte, eppure assolutamente coerenti e logiche nel contesto della storia che ci viene raccontata.

Un vero omaggio al giallo nelle sue migliori espressioni con le atmosfere alla Conan Doyle (gli si è talmente grati da brindare in suo onore e fargli fare anche un piccolo cameo), gli intrecci alla Agatha Christie (i cosiddetti “delitti della camera chiusa”) e gli eventi angosciosi e grotteschi alla Edgar Allan Poe.


lunedì 29 novembre 2021

Cose spiegate bene. A proposito di libri

 


I libri che parlano di libri solitamente sono dedicati al loro contenuto, alle storie custodite al loro interno. Qui invece, si parla del contenitore, dell’oggetto libro, con buona pace di chi ancora si indigna a sentirne parlare in questi termini. Si tratta di un libro-rivista che ha il merito di non rivolgersi solo agli addetti ai lavori, vuole anzi essere alla portata e al servizio di tutti quei lettori curiosi di saperne qualcosa sul dietro le quinte dei libri.
Si parte dall’abc, da come si fa la carta. Come si sceglie il font da usare e in che modo influenza la lettura. Quante e quali figure invisibili si nascondono dietro la realizzazione di un libro (e si nascondono davvero perché il lettore non deve vederle). Da dove provengono e cosa significano i loghi delle case editrici. Come nascono ed evolvono le copertine da semplici oggetti per proteggere i manoscritti fino a diventare un modo per attirare e fidelizzare il lettore. Quali sono i titoli scartati di libri famosi passati poi alla storia con altro nome. Come la Sellerio ha fatto delle sue radici il suo metodo e perché rappresenta un caso raro nel mondo editoriale. Quanto Aldo Manuzio sia stato un grande (praticamente lo Steve Jobs dell’editoria) a inventare i libri tascabili e come questa sua intuizione ha rivoluzionato l’approccio alla lettura. Il fenomeno degli audiolibri e a quali bisogni risponde.

Si possono trovare tante curiosità, chicche che restano impresse senza sforzo ad esempio che la carta Fabriano è nata un anno prima di Dante; che i gialli si chiamano gialli solo in Italia e se si chiamano così è perché originariamente avevano la copertina gialla e lo si deve ad Arnoldo Mondadori; che nel 2012 è stato creato il Paper passion perfume, un profumo ispirato all’odore della carta, for booklovers; e che nel mondo esiste un certo William Jacques, soprannominato “Tome raider”, un ladro seriale di libri antichi che dopo due arresti oggi è interdetto da tutte le biblioteche del Regno Unito. E chissà cosa legge.





venerdì 26 novembre 2021

Le ricette della signora Tokue - Durian Sukegawa


In un vicolo di Tokyo non molto frequentato c’è la bottega di Sentaro, un pasticciere svogliato e taciturno che ogni giorno, alla stessa ora, alza la saracinesca e passa tutto il giorno alla piastra di cottura. Il chioschetto in cui lavora è specializzato nei dorayaki, delle frittelle farcite con la confettura di fagioli rossi. 

La primavera è arrivata, i ciliegi sono in fiore e quando il vento soffia alcuni petali entrano dalla finestra finendo nell’impasto con grande sorpresa (non sempre gradita) dei clienti. Un giorno si avvicina una buffa vecchietta dall’andatura ciondolante che si propone come aiutante. A detta sua i dorayaki non sono male ma il ripieno è “senza sentimento”. Dopo un iniziale rifiuto Sentaro, un po’ seccato ma tutto sommato incuriosito dalla vecchia signora che non smette di bussare alla sua porta, finisce per accettare. La signora Tokue ha molti consigli da dispensare con quella fermezza che solo chi ne ha viste tante sa avere e nonostante Sentaro sia il suo principale non può fare a meno di affidarsi alla sua esperienza.  


All’inizio sembra che “le ricette” riguardino solo la preparazione dei dorayaki, che sia tutto lì, ma presto si rivelano qualcosa di ben più prezioso e si capisce il perché di quel plurale. 

È una favola moderna che racconta di un incontro salvifico, di un viaggio interiore che comincia dalle piccole cose quotidiane. Cose piccole, sì, ma buone. D’altronde non è la prima storia in cui da un dolcetto dall’aspetto tanto innocuo si sprigiona un potere inaspettato capace di farci ritrovare. La signora Tokue con la sua cura, i suoi gesti amorevoli e pazienti, e la sua veneranda energia mostra come sia la motivazione, l’atteggiamento che si assume in quello che si fa, e più in generale nella vita, ad essere determinante e come stare al mondo significhi ascoltarlo e osservarlo bene preservando così quella “sensibilità che dà voce a tutte le cose”.
Tutto ciò che dobbiamo fare, dice lei, è tendere l’orecchio e ascoltare ciò che hanno da dirci. Vale la pena provare.









domenica 31 ottobre 2021

Over the Garden Wall - Patrick McHale



Over the Garden Wall (2014) è una miniserie animata di 10 episodi scritta da Patrick McHale e distribuita da Cartoon Network. Non lasciatevi ingannare dal suo target apparente. Come le migliori fiabe, parla a un pubblico eterogeneo, è una storia stratificata apprezzabile a più livelli.

Se vi piace l'autunno con i suoi toni caldi e nostalgici, allora resterete incantati dagli scenari meravigliosi di questa serie. 

Sono ispirati, a detta dell'autore, ai colori confortevoli delle vecchie cartoline del New England, allo stile delle cartoline di Halloween del periodo vittoriano e alle illustrazioni dei libri di fiabe d'altri tempi.

  
Questi fondali con i loro paesaggi nebbiosi, case di legno abbandonate nel cuore della foresta, alberi spaventosi quasi quanto quelli di Biancaneve, villaggi fantasma abitati da strane creature e taverne in mezzo al nulla con oscure sagome alla finestra, contribuiscono a creare un'atmosfera inquietante e fiabesca. Anzi fiabesca e basta dato che l'inquietudine è parte integrante del mondo delle fiabe.
La storia racconta di due fratellastri che si ritrovano sperduti in una misteriosa foresta chiamata The Unknown. Smarrita la via di casa, vagano in questa selva oscura accompagnati da un uccellino di nome Beatrice e una rana senza nome fisso. Attraversano luoghi spaventosi imbattendosi in una serie di bizzarre creature che spesso sono più di quello che sembrano.
A proposito dei personaggi, questo ragazzo dal look pinocchiesco è Wirt, il fratello maggiore, insicuro e prudente (infatti sta quasi sempre con le mani così) ed è intimorito da tutto ciò che non conosce.

Mentre questo bambino con l'enorme teiera sulla testa è Greg, il fratellino, un batuffolo di brio e spontaneità, gentile e curioso, sempre pronto all'avventura e ad affrontare con positività qualsiasi situazione. Si caccia continuamente nei guai, non sta mai fermo, zitto neanche a parlarne, e intona canzoncine che fischietterete vostro malgrado.
Beatrice, un uccellino blu parlante parodia degli animaletti gioiosi della Disney che capovolge il suo stereotipo con il suo carattere scorbutico.
Poi c'è il taglialegna, un uomo misterioso e burbero il cui unico interesse sembra essere alimentare la lanterna che porta con sé in cui custodisce un commovente segreto.
E la Bestia, un'entità spaventosa, un mostro di cui non riusciamo a scorgere il volto ma solo l'inquietante silhouette che si staglia nel buio. Inganna le persone approfittando delle loro debolezze e si nutre della disperazione dell'essere umano.
Per quanto ci sia un antagonista, Bene e Male, come accade nelle storie più belle, non sono nettamente separati. Ogni personaggio ha in sé una parte di luce e una parte di oscurità.
Si potrebbe parlare a lungo di tutte le ispirazioni di questa serie, di quanti riferimenti ci siano all'immaginario della Divina Commedia,
di quanto la Bestia somigli al diavolo del Faust
di quante creature sembrino uscite dalle fiabe dell'Ottocento e dal folklore anglosassone, di quanto visivamente si ispiri all'animazione degli anni Trenta, quella omaggiata da Cuphead e alle atmosfere del cinema di Tim Burton e di altri film,
ma la verità è che per quanto suggestivi e interessanti siano tutti questi richiami, durante la visione non ci si pensa, la mente non va altrove, è completamente immersa nell'universo accattivante della storia mentre tutti questi echi agiscono silenziosamente lasciando addentrare lo spettatore in un mondo sconosciuto e al tempo stesso familiare perché sepolto da qualche parte nella sua memoria
Ed è un  mondo da cui, come dai migliori viaggi, non si può far ritorno senza aver scoperto qualcosa.











giovedì 30 settembre 2021

Mr. Zuppa Campbell. Il pettirosso e la bambina - Fannie Flagg

 

Siamo a Chicago e la seconda tormenta di neve nella stagione ulula tra le case.

Oswald Campbell, un signore di mezz’età che deve il suo nome alla zuppa di pomodoro Campbell, arranca per strada verso il suo appuntamento. Esaurito tutto il suo repertorio di parolacce per ogni pozzanghera di acqua gelida presa, giunge alla consueta visita di controllo dove riceve una brutta notizia: i suoi polmoni non avrebbero resistito a un altro inverno a meno che non lo avesse affrontato in un posto dal clima mite. 

Così, brontolando tra sé e sé, fa le valigie e, senza nessuno da avvisare, lascia malvolentieri la città alla volta di Lost River, un piccolo paesino dell’estremo sud dell’Alabama dimenticato dal tempo. La vita dei suoi 107 abitanti si svolge tutta tra un negozio di alimentari che vende anche il resto e un ufficio postale sempre vuoto perché il postino consegna la posta da una barca e dopo aver finito, già che si trova, fa il pescatore.




In un posto così le voci corrono in fretta e ogni nuovo arrivato fa notizia. L’arrivo del signor Campbell mobilita l’intera comunità che si prepara ad accoglierlo al meglio.
Il calore di Lost River non riguarda solo il suo clima, ad essere calorosa è soprattutto la sua gente, forse a tratti un po’ matta ed eccentrica ma sempre pronta a dare una mano all’occorrenza mettendo in secondo piano l’orgoglio e gli antichi rancori. La piccola comunità di Lost River agisce all’unisono e, con la complicità del paesaggio mozzafiato, riesce pian piano a scaldare e conquistare il cuore del signor Campbell facendogli ritrovare quella fiamma che credeva di aver perduto per sempre. 


Fannie Flagg conosce la forza delle storie semplici e ne fa una bandiera. Questa è una storia che alleggerisce il cuore, invita a ritrovare la fiducia nel prossimo e ricorda quanto sia importante, e a volte difficile, prendersi cura della propria fiamma, alimentarla per non lasciare che si spenga.


P.S. in questo libro si cucina e si mangia quasi in ogni pagina e io avrei dovuto avere un po’ di pazienza invece di cercare subito le ricette su internet perché in appendice ci sono tutte. Dopotutto gli abitanti di Lost River non se le sarebbero mai tenute per sé.










lunedì 20 settembre 2021

Non stancarti di andare - Stefano Turconi e Teresa Radice

Avete presente quando provate a raccontare un’esperienza intensa che avete vissuto perché avete voglia di condividerla con qualcuno ma nel raccontarla vi sembra di sminuirla perché avete vissuto molto di più di quello che riuscite a dire? Ecco, questa è una di quelle storie che si vivono e basta e nessun discorso al riguardo riuscirebbe a renderle giustizia se non parzialmente.


Questo  libro è un invito, lo è fin dal titolo, ad aprire la mente, a sgombrarla dai pregiudizi e dalle facili conclusioni, a sentire intensamente, a sperare nonostante tutto, anche quando la stanchezza sembra prendere il sopravvento e a coltivare con tutta la vostra energia quello per cui vi sentite chiamati o ad ascoltarvi di più nel caso non lo aveste ancora scoperto e, una volta riconosciuta quella scintilla, a darle spazio lasciando che diventi parte della vostra impronta lungo il cammino.

Non posso fare altro che consigliarvi con tutto il cuore di accettare questo invito.


P.S. Ci sono momenti talmente belli da sentire il bisogno di annotarli per non lasciarli scivolare via.


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